Intervista a Riccardo Inge

 

Il nuovo singolo di Riccardo Inge, “Distruggere tutto”, segna un passaggio importante nel percorso artistico dell’autore. Il brano si muove tra urgenza e vulnerabilità, esplorando emozioni autentiche e esperienze personali con un linguaggio diretto e sincero. In questa intervista, Riccardo ci racconta il processo creativo dietro il pezzo, la sua evoluzione come autore e performer, e le prospettive per i nuovi progetti.

“Distruggere tutto” è stato descritto come una resa dei conti emotiva. Puoi spiegare da quale esperienza o sentimento nasce questo bisogno di “distruggere” e cosa intendi realmente con quel verbo?

È quella sensazione fastidiosa di vivere sempre in bilico tra autosabotaggio e incapacità di godersi davvero ciò che si è conquistato. “Distruggere” non è spaccare il mondo a caso, ma accettare che certi errori non li sistemi con due scuse tirate via. A volte fai danni che non torneranno più come prima. Quel verbo per me è un atto di onestà: lasciar crollare ciò che era fragile, smettere di fingere e ricostruire con basi più serie. Non per essere perfetti, ma per essere migliori.

Sul piano sonoro il brano mescola urgenza e vulnerabilità. Come hai lavorato sul contrasto fra testo e musica per ottenere quella tensione?

Le strofe sono nate durante le mie trasferte a Roma: scrivevo sul telefono come se stessi rincorrendo il treno che prendevo ogni settimana. Dovevano rendere quello sfogo senza freni, quella necessità di affrontare sé stessi senza filtri. Poi ho voluto un ritornello che si aprisse, melodico e disperato insieme, per dare voce a tutto ciò che era venuto a mancare. Musica e testo si sono praticamente inseguite: il contrasto non l’ho cercato, è venuto fuori da solo.

La scrittura del brano: hai seguito un flusso catartico istantaneo o è stato un lavoro di cesello nel tempo? Raccontaci una fase specifica della scrittura che ha cambiato il senso del pezzo.

Direi due fasi. L’impulso iniziale è nato nei viaggi, nelle stanze d’albergo, nei treni. La vera struttura però si è definita in studio, con l’altro autore e il mio produttore. È stato lì che il pezzo ha trovato la sua direzione definitiva. Il momento chiave è stato nella prima giornata di brainstorming: ero arrivato con solo alcune strofe e, quasi all’improvviso, il chorus è esploso in testa. Era come se esistesse già da qualche parte e stesse solo aspettando di essere intercettato.

Dopo le esperienze live, come sono cambiate le tue ambizioni come autore e performer? Questo singolo cambia il tuo modo di immaginare i concerti e l’incontro con chi ti ascolta.

Non ho più la velleità di trasformare la musica nella mia prima professione, e paradossalmente questo mi ha fatto bene. Ho smesso di rincorrere aspettative impossibili e ho iniziato a vivere tutto con più lucidità. “Distruggere tutto” segna proprio questo cambio di prospettiva. È la prima tappa di una fase più serena: niente ansie, niente corse. Condivido ciò che sono, tutto qui. Continuo a scherzare dicendo che ho migliaia di fan che non sanno della mia esistenza, ma la verità è che ora mi basta incontrare anche solo una persona nuova che si riconosce in quello che faccio. Me la godo come se fossero mille.

“Distruggere tutto” è un punto zero che anticipa nuovi lavori: puoi anticipare temi, collaborazioni o linguaggi musicali che vorresti esplorare nel prossimo progetto?

Sto entrando in una nuova fase creativa: ho già quattro brani pronti e altri in lavorazione, con l’obiettivo di arrivare a un disco completo entro un anno. I nuovi pezzi sono meno agrodolci e più “agri”, con qualche lampo di leggerezza che arriva quando serve. Raccontano la vita di un quasi quarantenne che finalmente capisce chi è, nel bene e nel male, e che si ritrova a ricominciare da capo in un mondo profondamente diverso da quello in cui credeva di crescere. Parlo di relazioni tossiche finite male, di ripartenze obbligate, di cicatrici condivise dalla mia generazione. È un racconto che non invento: lo sto vivendo sulla pelle.

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