“Una storia senza parole”: il post-rock evocativo dei THE END OF SOMETHING


The End of Something – nome liberamente ispirato a uno dei 49 Racconti di Ernest Hemingway – nasce nel 2023 dall’incontro di quattro musicisti legati da un lungo percorso nella scena indipendente e da una comune urgenza espressiva. Tre dei componenti, Luca Ori, Filippo Bergonzi e Nicola Rossi, condividono un passato nei Winter Dies in June, band parmigiana con due album accolti con favore dalla critica, oltre a esperienze in progetti cardine dell’indie dei primi anni Duemila come Pecksniff, Isabel at Sunset, Vancouver e Jacobs. A completare la formazione è Riccardo Spaggiari, già batterista di Ataraxia e Amp Rive, nonché autore del progetto ambient/elettronico Cosmos in Collision.

In un panorama musicale sempre più dominato dalle parole, i THE END OF SOMETHING scelgono di fare l’opposto: togliere la voce e lasciare che siano solo suoni, dinamiche e immagini a raccontare la storia. Il loro nuovo lavoro è un viaggio completamente strumentale che affonda le radici nel post-rock e nella musica per immagini, costruendo paesaggi sonori capaci di evocare emozioni senza bisogno di un testo.

Dalle tensioni cinematiche di Galibier 98 — ispirata nell’immaginario alla leggendaria impresa di Marco Pantani sul Col du Galibier — fino alle atmosfere sospese che attraversano l’intero disco, la band costruisce un racconto fatto di crescite, esplosioni e momenti di quiete. Un percorso in cui le influenze di nomi come Explosions in the Sky e This Will Destroy You convivono con l’eredità della grande musica da film.

 

 

Cosa vi ha spinti a creare un album completamente strumentale senza testi?
La passione per la musica strumentale e post rock è una cosa che accomuna tutti i componenti della band da sempre, per cui è stata una scelta naturale e una cosa che volevamo fare da tempo.

Ha rappresentato un limite o via ha dato una maggior libertà compositiva?
Assolutamente maggiore libertà compositiva; il non essere legati a un testo e a un “cantato” per noi significa spaziare liberamente tra suoni, melodie e dinamiche che non sono ancorate ad alcunché.

“GALIBIER 98” la traccia di apertura dell’LP è un chiaro omaggio a Marco Pantani, come è stato il processo compositivo?
Il pezzo non è stato pensato come un “omaggio”, ma via via che lo scrivevamo ed arrangiavamo nel nostro immaginario ci ricordava il racconto di una grande impresa, magari sportiva, e di lì l’associazione con l’impresa di Pantani (che tutti noi amavamo) sul Col du Galibier; il pezzo è infatti costituito da due parti, di cui la prima (Ascent), in tempo 4/4, rappresenta appunto l’ascesa ed è caratterizzata da una linea melodica insistente che dapprima si snoda attraverso un crescendo lento e tensivo e poi culmina – dopo una tregua (“la caduta”) – in una esplosione di distorsioni (la vetta); la seconda parte (Descent) raffigura invece la discesa, in cui un ritmo incalzante e ossessivo in 3/4 diventa una fuga solitaria fino al traguardo.

Le immagini e paesaggi che accompagnano i brani nei video e artwork riflettono emozioni specifiche: come scegliete queste connessioni visive?
I reel li scegliamo “a sentimento”, sulla base di sequenze di immagini che si sembrano accompagnare bene la musica.
Gli artwork (cover disco e singoli) sono invece opera del nostro batterista Riccardo Spaggiari, che si diletta in queste cose con risultati molto interessanti.

Un disco del passato e uno di questi ultimi anni che hanno maggiormente influenzato la direzione sonora?
Difficile mettere d’accordo tutti haha..tra i più recenti la colonna sonora di American Primeval degli Explosions In The Sky e tra quelli meno recenti il Self Titled album dei This Will Destroy You del 2008, oltre a tanta musica per il cinema (Morricone, Max Richter,  Johann Jóhannsson ecc.)

Quali sensazioni sperate che l’ascoltatore viva durante l’ascolto?
La musica che proponiamo vuole essere evocativa e emozionale, per cui sarebbe bello se chi ascolta riuscisse ad astrarsi dalla realtà e a vivere totalmente quello che sta ascoltando.

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