“Nello Specchio”: ciò che resta quando ci si guarda davvero. Leggi l’intervista a Martina Gil

“Nello Specchio” nasce come un autoritratto emotivo: quanto è stato difficile esporsi in modo così diretto già in un primo progetto? Cosa hai scoperto di te stessa mentre scrivevi questi brani?
Dunque, questo EP è uscito con così tanto ritardo rispetto a quando l’ho scritto che ho passato tantissimo tempo a suonarlo. E forse proprio perché in questi anni l’ho vissuto molto intensamente sul palco e dentro di me, oggi non mi fa paura renderlo accessibile a tutti, anzi, ne sono fiera.
Da quando ho scritto questi brani ad oggi sono cambiata tantissimo, sono cresciuta e per certi versi maturata ma credo che i pezzi di questo EP ritraggano ancora molto fedelmente ciò che sono. Mi sono resa conto che, per quanto io possa collezionare esperienze e relazioni nuove, il mio modo di viverle è rimasto un po’ lo stesso, e non so se sia un bene o un male, però è una consapevolezza che ho e di cui non mi vergogno.
I quattro brani arrivano dallo stesso momento creativo: senti che raccontano una fase precisa della tua vita o piuttosto un passaggio, qualcosa che stava cambiando mentre prendevano forma?
Nonostante li abbia scritti a poca distanza l’uno dall’altro e più o meno nello stesso periodo, i pezzi raccontano tutti una realtà diversa. Questo perché ricordo che in quel periodo le cose cambiavano con molta rapidità, io ero un mutamento continuo e questi brani sono la perfetta restituzione di quello che stavo vivendo.

In “Domenica” emerge una solitudine molto concreta, fatta di abitudini e pensieri ricorrenti: quanto c’è di vissuto personale e quanto invece di osservazione delle relazioni intorno a te?
“Domenica” parla di un’esperienza che ho vissuto. Imparare a convivere con certe sensazioni non è sempre stato facile e quella canzone è nata così, dallo sconforto. Parlando però con chi ha ascoltato il pezzo e ci si è affezionato, ho capito che è qualcosa che viviamo tutti e quella solitudine che ho sempre un po’ provato forse si è dissolta, perché ho visto che non ero l’unica a pensare e provare certe cose.
Nel tuo EP d’esordio si alternano immagini evocative e confessione diretta: come trovi l’equilibrio tra il dire le cose in modo esplicito e lasciarle invece sospese, aperte all’interpretazione di chi ascolta?
Credo che l’equilibrio fra queste due cose si crei prima nella mia testa, nella vita di tutti i giorni, quando mi trovo a fare i conti col fatto che alcune emozioni e pensieri riesco a renderli espliciti, mentre altri proprio no. So che nelle mie canzoni c’è questa dualità ma non è cercata né intenzionale: semplicemente alcune cose proprio non mi riesce di esplicitarle e quindi le “celo” dietro immagini a cui ognuno può attribuire un significato diverso…
Se questo EP è una “prima mappa” per orientarti dentro quello che sei stata e quello che stai diventando, cosa senti di aver già lasciato alle spalle — e cosa invece sai che continuerà a tornare nella tua scrittura?
Di questo primo lavoro voglio conservare la sincerità che ci ho messo, che credo sia un punto da cui partire sempre. Per il resto voglio scrivere di cose diverse da me stessa, magari degli altri o di nessuno: insomma voglio aprirmi alla possibilità di scrivere di qualcosa di cui non ho mai scritto, che si tratti di esperienze personali o meno. Vorrei esplorare altre sonorità e, chissà, magari anche altri generi.


