«Essere punk 24 ore al giorno» / Intervista a Marco Philopat, “agitatore culturale”

Marco Philopat è stato tra i primi a frequentare la scena punk milanese. In Costretti a sanguinare. Racconto urlato sul punk parla di come l’underground ha mantenuto in vita lui e molti altri giovani del movimento. Il libro è stato ripubblicato da Agenzia X, la casa editrice – o meglio, l’Istituto per la Condivisione dei Saperi – fondata proprio da Philopat: un progetto di cultura dal basso, rigorosamente do it yourself. Philopat si definisce un “agitatore culturale”: «uno che tenta di agitare le acque troppo intorpidite, o dalla noia, o dalla impotenza» della cultura italiana. È proprio nella sede di Agenzia ICS che avviene il nostro incontro, le pareti tappezzate di zine e un leggero nebbiolino di fumo a invadere la stanza.
«Il No future è stato una scintilla […] Poi il punk è diventato un movimento costruito sulle idee». Come conciliavate, voi primi punk, questo slogan nichilista con l’attivismo, la costruzione di qualcosa? C’era, in fondo, un sentimento di speranza?
Non è soltanto il punk che ha questo tipo di percorso, prima nichilista e poi più costruttivo. Il no future è qualcosa che abbiamo tutti noi in un primo periodo, quando sei 18-19enne, soprattutto se vivi una situazione di disagio in famiglia, nel quartiere, se sei povero: hai la tendenza a distruggere tutto, a far vedere quanto sei cattivo perché capisci che il mondo è una merda. Il punk l’ha identificata con uno slogan fatto da un ragazzino di 18-20 anni che era Johnny Rotten.
Quindi il no future è un punto di partenza.
È una rottura, è il momento in cui dici “basta, non ce la faccio più, il mio futuro è nero”. Poi a un certo punto arrivi a 21-22-23 anni e la tua testa un po’ cambia, è normale. E quindi il punk ha adottato un altro slogan che era il do it yourself. Certo, in questo passaggio molti sono persi: se eravamo 100 punk del no future, siamo rimasti in 20 del do it yourself. Molti sono finiti in qualche inferno metropolitano perché la loro situazione psichica e materiale era talmente disperata che non ce l’hanno fatta, soprattutto quelli che poi hanno preso delle strade tipo tossicodipendenze, oppure quelli che non sono riusciti a elaborare una forma d’arte personale – l’arte ti serve anche come psicoterapia, trovi quella gratificazione per continuare a vivere. Chi era bravo a disegnare o a scrivere come me faceva le fanzine, chi era bravo a suonare metteva sù una band musicale, chi era bravo a organizzare organizzava concerti: l’autoproduzione, i dischi, le fanzine avevano la concretezza di tirare sù un po’ di soldi per sopravvivere.
Il no future è durato poco, eppure nella narrazione mainstream che si fa del punk si sottolineano solo i suoi elementi distruttivi e non quelli costruttivi.
È normale che la società dello spettacolo faccia vedere una generazione così disperata o presunta tale, fa più cassetta rispetto a far vedere giovani che tentano di fare delle opere d’arte ingenue, elementari, piene di errori. Invece per chi le fa sono di straordinaria importanza, perché dimostrano che sta facendo qualcosa per uscire dalla depressione che tiene dentro. Io ne ho fatto una questione di classe, però in realtà ci sono anche gli inquieti che magari hanno una famiglia ricca sfondata ma con il padre assente e la madre fatta di psicofarmaci… ognuno ha la sua inquietudine. Il punk ti dà la possibilità prima di rompere, quindi mandare a fanculo tutti, e poi di costruire: è un passaggio tipico, ancora adesso potrebbe essere valido.
Ogni tanto mi chiedo perché il punk non si sia rinnovato su quello: è un buon dispositivo ancora a disposizione dei bianchi; i neri lo hanno trovato nel rap. Nelle tendenze trap c’è questa vicinanza con il punk per quanto riguarda il no future, lo vedi molto nei testi. Quelli di XXXTentacion sono tremendi, sembrano scritti alla fine degli anni ’70 dai punk, anche dal punto di vista dell’immaginario: è il Sid Vicious della modernità. Anche nella trap c’è questo tentativo di provocare a tutti i costi: con le armi, le droghe, l’utilizzo di marche, l’esasperazione delle merci.
Alle spalle di questa cosa qua, però, non c’è un pensiero ideologico-politico.
Ma nemmeno nel punk. Il punk è nato in un periodo storico dove c’erano ancora tante tendenze della politica precedente: Malcolm McLaren e Vivienne Westwood erano militanti di un gruppo situazionista di Londra degli anni ’70 e con quel bagaglio culturale hanno portato avanti anche un look. Quella è l’estetica del punk che ha fatto più successo, ma c’erano anche i Clash che erano tutt’altro: non erano così provocatori come erano invece i Sex Pistols già dal nome. Però il punk è stato quella cosa lì e continua a esserlo perché ha bisogno di scandalizzare. C’è un testo di Johnny Rotten che dice “io voglio distruggere il passante”, quello che va a fare la vasca per comprare le cose nel centro cittadino: il punk veniva sempre dalle periferie in centro a scandalizzare.

Entrando nella sede di Agenzia X vieni accolto da fanzine punk che penzolano dal soffitto.
In un editoriale della fanzine “Xerox” scrivevate: «Il punk non è mai morto – perché – per fortuna – un movimento punk non è mai nato». Era il 1979. Mi spieghi questo paradosso? Ha a che fare con la differenza tra il punk come attitudine e il punk come musica?
Certamente. Io che non sapevo suonare sono diventato un testimone di quel periodo. Quando ci provavo mi cacciavano via: non sapevo andare a tempo, ero frustrato e quindi ho fatto altro. A me piaceva leggere e scrivere, ero uno scribacchino perché avevo molta più soddisfazione, mi veniva più semplice e tutti mi dicevano “bello, cazzo!”. Il punk non era solo musica o look. La musica è uno straordinario veicolo della comunicazione, ma è anche effimero: è facile che ci siano gli squali che lo trasformano in un prodotto commerciale facilissimo. Pubblicizzare e poi vendere una fanzine o un disco autoprodotto non era come creare il prodotto musicale di una band che poteva fare chissà quanti soldi attraverso dei contratti con la grande industria culturale. L’attitudine prevedeva altro, c’era una profondità anche di tipo filosofico: siccome avevi rotto con il no future, con tutte le istituzioni (la famiglia, la scuola, il lavoro), diventavi punk 24 ore al giorno.
Questo pensi fosse possibile solo allora? O l’attitudine si può esercitare anche adesso?
Quando andavamo in giro per l’Europa in autostop senza spendere una lira arrivavamo in queste città tedesche, francesi, spagnole e quando vedevamo un punk avevamo già la casa dove dormire, un posto dove fare un concerto, la birra a poco prezzo e le canne a disposizione: avevamo già tutto perché vedevamo uno con una spilletta dei Crass. Se invece non trovavamo nulla, finivamo in mezzo alle stazioni dei treni, esattamente come faceva Baby Gang prima che diventasse famoso. La vita che ha fatto Baby Gang prima di iniziare a fare musica era una vita da punk 24 ore al giorno, doveva sopravvivere; poi lui è stato aiutato da don Burgio, che gli ha detto di provare a fare un po’ di arte e allora è diventato molto bravo. Noi non avevamo questi preti che ci davano una mano, era il punk che ci dava una mano.
L’Europa è stata fondamentale per la nascita del centro sociale Virus.
Avevamo capito, andando in Germania o a Londra, che esistevano degli spazi – grandi aziende, capannoni abbandonati. Tornati a Milano, abbiamo visto che c’erano delle case occupate con dei capannoni giganteschi: è lì che è nata l’idea del Virus. Abbiamo avuto la fortuna di trovare una casa già libera, i nostri fratelli maggiori l’avevano già occupata. È una caratteristica particolare del punk italiano, grazie al movimento rivoluzionario del ’68 lungo: il ’68 è durato fino al ’72-’73 in tutto il resto del mondo, in Italia è andato avanti fino al ’77 e noi punk siamo arrivati proprio nel ’77. Abbiamo capito di più, poi, perché i Dead Kennedys cantavano Holiday in Cambodia, perché i Minor Threat dicevano XXX – le tre X dello straight edge – o perché i Crass si definivano anarchici, pacifisti e vegetariani. Avevamo tutti gli strumenti per capire benissimo queste cose qua perché i nostri fratelli maggiori ce le avevano insegnate o tramandate. Il punk italiano era particolarmente politicizzato, una caratteristica che poi è andata persa nel tempo, anche se adesso ha delle nicchie – che si racchiudono soprattutto in Conchetta [Cox18] e in Transiti [T28], ma anche un po’ al CIQ – che sono ancora molto politicizzate e che hanno quella radice storica.
Fin dall’inizio il punk sembra essere stato declassato a una moda qualunque, correndo il rischio di collassare su sé stesso: «La tua rabbia è messa al servizio dell’industria discografica o del negozio di abbigliamento all’angolo». Se il mercato svuota di significato questa etichetta, che senso e valore ha (dire di) fare punk?
Qualsiasi forma di ribellione giovanile viene sussunta immediatamente dal capitale, non solo il punk: basta che faccia qualcosa di particolarmente interessante… sono i famosi fiori nella spazzatura, che vengono fuori dalle periferie e che poi tutti cercano di imitare. La cultura mainstream ha sempre una base che è stata elaborata dalle periferie, dai ghetti. Gli schiavi neri d’America, nel paio di ore che avevano libere alla sera, scavavano tunnel sotto i campi di cotone dove avevano lavorato durante il giorno e lì si trovavano per cantare, ballare, recitare poesie: in quel momento erano liberi. La parola underground si ispira a quella radice storica. Il punk nasce underground perché ha questa spinta nichilista del no future. Dopo, nel passaggio al DIY, molti finiscono tossicodipendenti, ma una buona parte rientra invece nei ranghi della società e magari con la sua credenziale punk riesce a fare successo: “Noi siamo i Crass, non i Clash. Non abbiamo bisogno di tirare fuori le nostre credenziali punk”.
Pensavo mi avresti menzionato i CCCP – Fedeli alla linea.
In Italia succede quello. Quando Breton litiga con Dalí gli dice “Vai per la tua cazzo di Avenida Dollar, molla la nostra sperimentazione culturale e prendi la via del tuo successo personale”. I CCCP sono dei moderni Salvador Dalí. Però – nonostante mi ritrovo spesso a difendere la mia rivalità di allora – quello dimostra come sia normale che le persone abbiano bisogno anche di sicurezze, di uno stipendio fisso, di emergere anche come individui. Ma nei sotterranei degli schiavi non era importante la star; era importante avere la vocazione di leggere poesie, di fare i disegni, chissenefrega se diventavi famoso o meno. Io mi ci sono ritrovato a questo bivio. Quando Costretti a sanguinare ha cominciato a vendere 100.000 copie tanti mi hanno chiesto di fare lo scrittore, di andare in quella direzione, però io ho preferito stare nell’underground, perché stavo meglio, ero più libero; senza soldi, ma più libero.
Che differenza c’è tra punx e punk?
Già dicevo delle tre X dei Minor Threat. Punx era più semplice, lo usavo soprattutto io al Virus per abbreviare. Poi c’è stata una seconda fase – ne parlo ne I pirati dei Navigli – in cui ci siamo legati parecchio alle radici storiche delle controculture che arrivavano dagli afroamericani e quindi c’era Malcolm X, un personaggio che noi amavamo in quel periodo. La X l’abbiamo riportata anche nel nome della casa editrice, Agenzia X. E poi anche il Cox18. La X è stata una costante, un’incognita da seguire. Dopo è stata presa da tutto il resto della scena, soprattutto anarcho punk. L’anarcho punk era anarcho punk e basta, non esisteva nient’altro: quelli che erano punk per il fashion per noi erano simili ad Anna Oxa. L’anarcho punk ha fatto da spartiacque tra la società dello spettacolo e il punk dell’underground. Il DIY è stato portato avanti da coloro che erano spinti dal valore libertario. Sul palco i gruppi musicali non volevano diventare delle star, volevano solo esprimere loro stessi: c’era un gruppo che saliva e c’erano 100 persone che facevano parte di altre 20 band che poi sarebbero salite a loro volta sopra il palco; non c’era differenza tra il pubblico e chi saliva sul palco.
Era per quello che funzionava fuori dalle logiche più commerciali?
Non è organizzare ogni tanto concerti nei locali commerciali, mettersi un giubbotto di pelle e farsi la cresta che fa il punk. Il punk lo è tutto il giorno. In quella dimensione, dove l’attitudine era la cosa più importante per il punk anarchico, diventava impossibile fare dei giochetti di egocentrismo, di narcisismo: uno che voleva far vedere quanto era bravo diventava lo zimbello. Era una dimensione collettiva, che in questo periodo è andata un po’ persa ma che sarebbe necessario rivalutare, perché stare tanto insieme vuol dire tirare fuori delle buone idee.

Il primo e l’ultimo libro di Marco Philopat – “Costretti a sanguinare” e “I pirati dei Navigli” – ripubblicati da Agenzia X.
Adesso il termine punx è stato rispolverato con un nuovo significato dalla corrente emo trap/pop punk capitanata da La Sad. Cosa ne pensi?
Non l’ho sentita, non l’ho seguita. Sinceramente preferisco seguire Baby Gang, perché per me ha un tratto di autenticità. Anche Ghali, che comunque suo padre era veramente in galera e sua madre era veramente una bidella: quella lì è una narrazione che mi interessa.
Questo si riflette anche nella produzione di Agenzia X, dove non si parla solo di punk.
Infatti non è che adesso andrò a fare un’indagine sui nuovi punk. Preferisco farla sui nuovi rapper (non è facile, perché io ho 60 anni e questi ce ne hanno 20; allora mi affido a delle persone più giovani). Ma io la controcultura la vedo dappertutto. Ad esempio nella poesia: ha avuto un rinascimento incredibile, la poesia è talmente fragile che non può essere troppo commercializzata.
Che cosa ascolta Marco Philopat nel 2025?
Ascolto tantissima musica multietnica, mi piacciono quei gruppi musicali che fanno un po’ di crossover tra le diverse culture – africana, asiatica, sudamericana: questi sono i gruppi che io amo, che ascolto molto. Anche la trap la ascolto volentieri, soprattutto perché mio figlio mi fa una testa così sulla trap, e qualche volta trovo dei pezzi che sono anche belli, nonostante dei testi orrendi.
Quindi zero punk?
Mi capita ogni tanto di vedere punk in Conchetta o in Transiti. Al Can I Scream Fest [in Santeria Toscana 31] ho visto Sky Tea for Warriors che mi è piaciuta un casino: aveva l’ukulele e dei testi molto simpatici, anche reinterpretazioni di famosi pezzi musicali, ad esempio Patti Smith. È stata una sorpresa. Comunque nel punk c’è lo spirito di avventurarsi in percorsi musicali anche un po’ sperimentali. Se c’è un bivio con una strada asfaltata da una parte, e una strada sterrata piena di rovi dall’altra, sicuramente è meglio che il punk vada da quella parte lì, perché può scoprire qualcosa. Quelli che vanno su strade asfaltate, che ripercorrono i vecchi gruppi o il trend del momento, mi interessano un pochino di meno. Non sono mai stato un grande esperto musicale, ma credo di avere un po’ di fiuto per capire quelli che stanno cercando un percorso diverso.
Fotografie di Rachele Ferrè.
