Intervista a Villa Psicosi

Incontrare Villa Psicosi significa entrare in un mondo dove il confine tra realtà e visione si fa labile. Federico Villa, classe 1993, è cresciuto a Sesto San Giovanni e ha trasformato le sue esperienze più estreme in materia creativa: la bipolarità, i ricoveri, il caos mentale diventano canzoni che oscillano tra hyperpop, punk ed elettronica, capaci di tenere insieme ironia e dolore, rabbia e desiderio. Durante la nostra chiacchierata ci ha parlato con disarmante sincerità, passando da aneddoti surreali a ricordi intimi, sempre con quell’energia fuori asse che caratterizza il suo progetto. Il suo ultimo singolo, “Sapolsky”, è l’ennesima prova di questa poetica radicale e personale, un brano che porta alla luce la fragilità dietro l’urgenza creativa.

Hai un filtro preciso con cui guardi il mondo quando scrivi? Un’ossessione, un difetto o un dettaglio che ritorna sempre anche quando non te ne accorgi?

Sicuramente gli episodi maniacali bipolari influenzano di gran lunga la mia scrittura: creano vasti scenari e il cosmo fa succedere cose strane… Legge dell’attrazione no?

Se il tuo progetto fosse una serie TV, che genere sarebbe e quale sarebbe la scena d’apertura della prima puntata?

Ah, non guardo serie TV né televisione. Me la immagino però come una serie tragicomica intitolata PIAZZA VETRA: si aprirebbe con me nudo sul campanile di Sesto San Giovanni in preda alle voci angeliche che tenta di salvare il mondo. È successo davvero? Solo Villa lo sa. Ma anche qualche sbirro e volontario della croce rossa.

Hai mai scritto una canzone che poi hai deciso di non pubblicare perché era “troppo”? Troppo intima, troppo diretta, troppo diversa…

Certamente. Ho nel cassetto almeno 700 canzoni, non sto scherzando, produco e scrivo praticamente tutti i giorni. Ne ho di molte più intime di Sapolsky.

C’è un’immagine, una fotografia mentale, che ritorna spesso quando componi? Un luogo, una persona, un oggetto?

No, regna il caos. Sovrano dionisiaco che governa la mente villa psicosiana.

Se potessi scegliere un solo momento del tuo percorso musicale da congelare nel tempo, quale sarebbe e perché proprio quello?

La prima volta che presi in mano una chitarra e imparai in tempo zero il giro di do maggiore. Mi veniva naturale, facile… Congelerei quel momento lì.

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