I concertini di Red, Ep. 5

LA TESSERA DEL POTERE
Il prologo cinematografico de Il Signore degli Anelli è tipo la Bibbia, si potrebbe recitare a menadito, eppure, ogni volta che il film inizia, non si può fare a meno di prestare attenzione e di farsi pervadere da quel senso di minaccia che trasmettono gli eventi narrati. “Un anello per domarli tutti, un anello per trovarli, un anello per ghermirli e nell’oscurità incatenarli”
Se fossi capace di smanettare con qualche programma di editing video, realizzerei una YTP ispirata alle vicende di giovedì sera, in cui al posto dell’Unico Anello c’è la tessera del NAMA. Talmente ardua da conquistare che non puoi associarti in loco, la fila dura mezz’ora e te la devi sparare anche se già sei tesserato; talmente potente da respingere decine di persone a casa, sconosciuti o genitori degli artisti che siano. Nuovo Anfiteatro Martesana aka Nefasta Avida Magione Associativa. Questa mia poop vedrà la luce, un giorno.
Dentro è molto carino in realtà. C’è un ampio spazio interno, molto colorato, tanti divani, un tavolo da ping pong addirittura. Un amico, che era anche uno degli organizzatori stasera, dice: “È come Germi, ma più vero”. È una buona descrizione – anche perché Germi non ha niente di vero, chi deve intendere intenda. Ci sono due sale principali: dando le spalle all’ingresso, a sinistra c’è la sala del bar e il palco dove si svolgono le jam. Prima della suddetta, si è esibito un gruppo fotonico: Utopia Filez. Mi sono bastati appena 5 minuti per capire che erano dei grandi musicisti, e la curiosità di recuperarli su disco ha amplificato ogni mio pensiero. Brano consigliato: “Piedi massaggiati”.
Il resto delle band suonerà nella sala speculare, dall’altra parte del cortile. Sarò io che porto sfiga, non ne ho idea, ma comunque anche questo concerto infrasettimanale è iniziato alle 23 passate. E suonano 4 band. QUATTRO CAZZO.
I Juno mi sentivano mentre io pensavo tutto ciò? Il bassista mi saluta prima di salire sul palco dicendo che si sarebbero fatti cacciare alla fine. Non so come sia finita per loro, ma sul palco in effetti ce l’hanno messa tutta. Avevo suonato con loro al C.I.Q. una volta, ma indossavano un’altra veste: se mesi fa rientravano nei meandri più oscuri dello shoegaze, con tanto di archetto da violino usato sulla chitarra, oggi hanno voluto riprendere i Fugazi. I due homines erecti distruggono tutto, pogano, surfano, rubano aste e piatti al batterista, mentre lui, imperterrito, non smette di suonare fino alla fine. Non so se hanno suonato 15 minuti, ma è stato proprio figo.
Anche con i Frei Klängen Kultur avevo condiviso il palco, al Cantiere. E anche loro erano più leggeri al tempo. Il nome suggerirebbe qualcosa di industrial, in italiano diventa Cultura del suono libero – traduzione non suggerita dall’A2 di tedesco – e allora si potrebbe pensare all’EBM. Invece, quando li ho conosciuti facevano post-punk/shoegaze, adesso il cantante si è incattivito e tende a imbastardire il tutto con quel grunge che ancora oggi influenza tantissimo le band di Milano e dintorni. Forse li trovavo più particolari prima, ma negare un loro miglioramento sarebbe scorretto. Bravi FKK (è meglio chiamarli così alla fine).
La mezzanotte è passata già da un pezzo quando salgono sul palco i FLÔEMA. So che ne ho già parlato, ma ogni volta mi stupisco della cieca fede della comunità emo: certe facce si muoveranno sempre, come se al polso avessero un emo-radar tarato con una precisione affidabilissima. Questo giovane quartetto della zona non fa emo, ma quella vaga spruzzata che lo ricorda c’è e quindi il radar ha suonato. Per citare un altro amico incontrato stasera, “basta che ci siano quelle urla un po’ fuori dinamica e si può chiamare emo” ed è tremendamente vero. Etichette a parte, i FLÔEMA mi sono piaciuti, erano anni ’90 ma non stucchevoli.

È ancora una volta l’una passata, guardo i Digitalis Purpurea – no, non quello – metterci 30 minuti per montare il palco e vorrei far cadere su di loro una pioggia di piombo. La mia autonomia sta giungendo al termine, quella di molti altri si è esaurita ore fa e sono già fuggiti; forse traballa pure quella della band stessa, costretta a esibirsi a un orario improponibile, dovuto a una disorganizzazione in realtà non imputabile a loro – o almeno, voglio sperare. Ma i racconti dei miei concertini esigono che io senta almeno il primo brano dell’ultima band: ne ho sentiti ben due, prima di dileguarmi, e li descriverò come i Tool, più metal, con voce femminile.
UN VICOLO MOLTO EMO
Il giorno dopo sono stato più lungimirante, una volta tanto, e ho fatto meno strada. Vercelli non è un granché, o almeno per i miei gusti, e a livello musicale è proprio una valle di lacrime. Uno dei pochi (sono tre in totale) palchi è il Vicolo Schilke, e dal nome ci possiamo già fare un’idea di che razza di postaccio mi tocca documentare stasera. No, sto scherzando, dai, non posso sputare su quel poco che è rimasto, e poi il nome è quasi figo in realtà. Come riassumere il locale? È un pub con un palco, nulla di più, nulla di meno. La qualità-prezzo è molto a sfavore del cliente, il personale non è il massimo della simpatia, ma questo è ciò che Vercelli ha di meglio da offrire – fidatevi, gli altri due posti sono pure peggio.
Da qualche anno, la rassegna Maledetta Provincia presenta qui la musica emergente un venerdì al mese, e devo dire che in media propongono artisti di buon livello. Riescono anche solitamente ad avere un buon riscontro di pubblico, ma ogni tanto capitano le serate un po’ più magre come questa. Gli All You Can Hate approdano a Vercelli e ci regalano un’abbondante mezz’ora di emo/shoegaze/itrock. È davvero un ottimo mix di ingredienti, accontentano tutti i gusti e suonano anche discretamente bene. Peccato per i romani concludere la loro gita al Nord-Ovest con così poche persone.
Gli artisti local a sto giro sono i Monteluna, monferrato emo-punk. Ho sempre trovato buffo quel suffisso: cosa dovrebbe essere l’emo se non punk? Ma in effetti, con tutto quello che c’è in giro oggi, è meglio evitare fraintendimenti. Quindi, il quartetto monferrino specifica subito due cose, a chiunque si imbatta in loro: sono fan dei Pokémon e della musica triste e veloce. Anzi, velocissima: spero per il batterista che quei polsi vengano risparmiati durante altre attività, perché quando suona non oso immaginare i suoi nervi. Stasera ci hanno presentato in anteprima i brani del loro prossimo disco, in uscita a fine anno, e tra varie urla, tempi storti, sciabolate di distorsione, ci siamo goduti tutto tutto tutto.
E quindi il giovedì ho fatto serata più estrema rispetto al venerdì? Unbelievable
