Gli Amsterdam Parkers e la nostalgia del presente: l’intervista

C’è una sottile linea che separa la rabbia giovanile dalla consapevolezza della maturità, e gli Amsterdam Parkers sembrano aver deciso di percorrerla tutta. Con il loro nuovo lavoro, Basta Dirlo, la band ci trascina in un viaggio fatto di riff distorti, riflessioni amare e quel “ghigno nostalgico” di chi guarda ai propri vent’anni senza troppi rimpianti, ma con molta ironia.
Nati con l’urgenza di dare voce a sensazioni spesso indigeste, i Parkers rappresentano l’essenza stessa della band “da sala prove”: quattro amici, volumi altissimi e un’onestà intellettuale che rifiuta le pose da social per rimettere al centro l’emozione nuda e cruda. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con loro per capire cosa si nasconde dietro i silenzi, i fraintendimenti e la voglia di restare autentici in un mondo che corre troppo veloce.
Se Basta Dirlo fosse uscito cinque anni fa, pensate che sarebbe stato lo stesso disco? Quanto contano l’età che avete oggi e il momento storico in cui viviamo nella scrittura di questo album?
Ciao ragaaa’! Sicuramente non ci sarebbero state alcune canzoni, ma a parte ciò il disco sarebbe stato lo stesso. Sarebbe cambiata solo la consapevolezza con cui lo suoniamo: la nostra, oggi, è una rabbia al passato, ironica. Guardando i vecchi momenti, ci sentiamo presi in giro ormai, ma gli sorridiamo lo stesso. Siamo questo attualmente: ragazzi maturati che guardano ai propri vent’anni con un ghigno nostalgico.
C’è una canzone del disco che oggi sentite più distante da voi, o che vi mette leggermente a disagio riascoltare? Perché avete deciso comunque di includerla nella tracklist finale?
Vinz direbbe di sicuro “Prima di impazzire”. È il brano a cui era più affezionato, ma anche il primo che ha iniziato a non sopportare più! Sicuramente il più distante a livello temporale è “Non Importa”, che ha subito mille cambiamenti, anche di testo, ma ha sempre conservato il titolo. Il primo riff risale addirittura al 2015.
Raccontare fragilità e insicurezze è diventato quasi un linguaggio comune. Come fate a capire quando un brano è davvero onesto e quando rischia invece di trasformarsi in una posa emotiva?
Verissimo… mettersi la maschera da “poser” a volte può succedere senza che te ne accorgi. L’onestà che proviamo a trasmettere è stata prima masticata sotto forma di “esperienze”, poi come lettura del brano e infine passa al vaglio della nostra autocritica. Non ci chiediamo spesso se possa piacere agli altri, noi scriviamo per il gusto di farlo, ma ci chiediamo spesso: “direi mai una cosa del genere in questo modo?”. Se la risposta è “no”, vuol dire che stiamo uscendo da ciò che siamo veramente, quindi scartiamo e ripartiamo.
Quanto spazio ha avuto il silenzio nel processo creativo di Basta Dirlo? Ci sono momenti in cui avete scelto di non scrivere o di fermarvi, e che tipo di peso hanno avuto nel risultato finale?
Di silenzi? ..avoja! Il silenzio è stato il momento più creativo. Abbiamo passato settimane, mesi, senza vederci con gli strumenti in mano. Ognuno faceva la sua vita, anche vedendosi quotidianamente al bar. Poi dal nulla, senza un motivo, si tornava in sala prove a “vomitare” tutte quelle sensazioni indigeste che ci hanno fatto dire, dopo anni: BASTA DIRLO!
Vi sentite più a vostro agio quando chi vi ascolta si riconosce completamente nei vostri testi o quando li interpreta in modo diverso da come li avevate immaginati? Che rapporto avete con il fraintendimento?
Lasciamo consapevolmente dei buchi di interpretazione nei testi, così ognuno può generare una propria conclusione. Matteo è quello che scrive i testi il 99% delle volte. Accade anche tra di noi che, dopo mesi, ci venga spiegato il senso di quello che voleva dire, mentre altri avevano maturato una diversa interpretazione. È bello perché da una parola si diramano mille sfumature che aprono ad altri temi… è creativo.
Se domani venissero meno etichetta, distribuzione e aspettative esterne, e restasse solo la band in una stanza, cosa rimarrebbe davvero degli Amsterdam Parkers?
Quello che siamo oggi: quattro persone che adorano spaccarsi i timpani nella propria saletta. È il nostro modo di dirci “cazzo, ti voglio bene”. Lo facciamo da sempre, senza la brama di voler apparire o di diventare famosi. Non ci interessa, non vogliamo il palco di Sanremo. Il nostro unico sogno era solo fare un disco, qualcosa che rimarrà concretamente nella nostra piccola storia.
