Mi hanno buttato in mezzo al pit e ne sono uscito cappottato. Fenomenologia semiseria del pogo

Pogo a un concerto dei Vintage Violence

Che cos’è il pogo e perché a tua mamma non piace

Wikipedia dice che il pogo è una forma di ballo e lo trovo fantastico. Intanto perché significa che posso dire di saper ballare e poi perché gli dona quel qualcosa in più, è come se lo giustificasse artisticamente.

Mia mamma ovviamente non sarebbe d’accordo e scuoterebbe la testa davanti a certi video-testimonianza della potenza del pogo. Lo catalogherebbe come una delle attività stupide che i giovani si inventano per sfuggire al tedio dell’esistenza. E in parte avrebbe ragione: il pogo è catarsi, è sfogo, è espressione.

Nelle pagelle di fine anno, alle elementari, le maestre registravano il progresso delle mie skill sociali sottolineando come fossi «un bambino timido ma che sta imparando ad aprirsi agli altri». Sarebbero sorprese, oggi, a vedermi mulinare terra ai festival musicali in giro per la Penisola o combattere contro i parterre sudaticci dei più squallidi centri sociali?

La vulgata vuole che in quel manipolo di persone sottopalco trovino posto ragazze e ragazzi esagitati, animati da alcool, droga e –­ perché no? – una sottile predisposizione all’omicidio seriale. Che il pit sia un luogo selvaggio, senza regole e senza scrupoli, dove gli agnelli vengono mangiati dai lupi.

Farebbe fatica, sempre mia mamma, a credere che esista un’etichetta di comportamento durante il pogo a cui uno si deve attenere (almeno, chiunque non sia uno stronzo; ma su questo tornerò). Eppure c’è. Non fare male deliberatamente agli altri, rialzare chi cade, non tenere i gomiti in fuori: sono solo alcune delle indicazioni non scritte ma scolpite nella cultura concertistica e condivise dagli iniziati a questo rito sciamanico (semicit).

 

Guardare sempre prima di attraversare il pit

Dunque non siamo tutti cattivoni. Il pit è sostanzialmente uno spazio comune che si autoregola (o quantomeno ci prova). Perché, uniti dalla musica, siamo tutti fratelli. Casinisti, ribelli, ma con delle regole. Dopotutto l’anarchia non è fare quello che si vuole, ma «darsi delle regole prima che te le diano gli altri» (come recita la famosa citazione apocrifa attribuita a De Andrè).

Anche se a volte le regole – quelle esterne – ci sono. Come il famoso banner paraculo del Warped Tour: «You mosh, You crowd surf, You get hurt, We get sued, No more Warped Tour». Anche in determinate venue italiane è capitato di vedere la security intervenire a sedare il pogo; ma sono casi poco frequenti.

Meme pit screamo affirmations

Meme della queen @screamo_affirmations

L’importante è avere consapevolezza dello spazio che si occupa. Ad esempio, se al concerto dei blink-182 non mi fossi voltato all’improvviso per unirmi al pogo di Dammit forse non mi sarei beccato quella gomitata che mi ha lasciato il labbro gonfio per due mesi. E sì che da piccoli ci insegnano a guardare la strada prima di attraversare.

Il pogo è bello perché non è mai uguale a sé stesso e ti riserva sempre delle sorprese. Ad esempio come quando al Circolo Magnolia un circle pit dei Blood Youth ha investito una signora sugli -anta, accompagnatrice di un pargolo adolescente, e tutti sono accorsi ad aiutarla. La solidarietà della scena si vede in momenti come questo. All’estremo anagrafico opposto mi preme invece testimoniare la partecipazione di un bambino di massimo anni sette (7) al pogo dei Vintage Violence, incurante della massa di energumeni contro i quali si scagliava.

 

Fare scena e non fare scene

Certo, a questo bambino di anni sette non consiglierei di frequentare il crowd killing che anima gli show hardcore, ma di rifugiarsi piuttosto nel buon vecchio pushpit amato da noialtri pop punk kids. Si registrano, tra l’altro, detrattori e sostenitori del crowd killing anche all’interno della scena HC. Ma estendendo il discorso al pogo in generale: quante volte abbiamo visto maschioni alpha prevaricare sulle altre persone facendo leva sul proprio privilegio fisico? Insomma: sarà proprio vero che nella scena c’è spazio per tutti e tutte?

Forse non è necessario specificarlo, ma pogare non è obbligatorio. E giudicare chi non poga ma vuole starsene tranquillo è da stronzi; se poi una persona non poga perché si sente in soggezione a causa tua, allora sei doppiamente stronzo. La FOMO da pogo è reale. Ma un concerto dovrebbe essere uno spazio sicuro in cui sentirsi a proprio agio senza sentire pressioni. Il palco è quello sopraelevato e riservato agli artisti, utilizzare il parterre per metterti in mostra non ti fa guadagnare dei punti scena.

Allo stesso tempo bisogna essere consapevoli che il pogo esiste e non si può ostacolare per un proprio capriccio. Si registrano diversi casi in cui è intervenuta la cosiddetta polizia del pogo. Mi è capitato al set degli State Champs, in apertura ai Simple Plan, quando una coppia – presumibilmente lì solo per fare il video dove cantava lalalalala su Summer Paradise – minacciava i pogatori di stare calmi. Come i nostalgici trentenni in transenna al concerto dei Finley, che alla prima agitazione su una cover dei Sum 41 si erano dimenticati di essere a un concerto pop punk.

Non c’è un modo giusto di stare a un concerto, ma ci sono sicuramente dei modi sbagliati. Acerrimo nemico della polizia del pogo è il Maschio Alpha® autoproclamato libero pensatore e anarco-insurrezionalista che ad ogni obiezione riguardo i limiti del suo comportamento abusante replicherà che «il punk è assenza di regole» e che non è affar suo ciò che provano le altre. Provategli a spiegare che il punk vuol dire innanzitutto comunità e abbracciare l’etica punk significa avere cura di chi ti sta intorno.


In copertina: pogo a un concerto dei Vintage Violence (foto di Rachele Ferrè)

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