Dentro il rumore: anatomia dell’isolamento contemporaneo – Intervista a Taglialucci

Nel suo primo EP solista Taglialucci, al secolo Claudio Calamita, scava in una condizione esistenziale che non ha nulla di romantico né di consolatorio.
Una solitudine troppo rumorosa è un romanzo di Bohumil Hrabal che racconta la storia di un uomo che diventa “istruito contro la propria volontà” mentre lavora per trentacinque anni a una pressa compattatrice di carta. In maniera analoga, l’omonimo disco di Taglialucci è un lavoro che osserva da vicino il sovraccarico quotidiano di stimoli, trasformandolo in materia sonora e narrativa. Claudio Calamita costruisce quindi un progetto che si muove dentro una tensione costante tra lucidità e smarrimento, immerso in glitch e suoni distorti.
In questa intervista proviamo a entrare nel suo processo, tra riferimenti letterari, stratificazioni sonore e una visione del presente che rifiuta ogni forma di semplificazione. Perché più che raccontare, Taglialucci sembra voler diagnosticare una condizione. E forse, nel farlo, ci riguarda tutti.
Il titolo del tuo EP richiama Hrabal, ma sembra anche ribaltarne completamente il senso. Quando hai capito che quella suggestione poteva diventare qualcosa di tuo?
Ho sempre desiderato usare Una solitudine troppo rumorosa come titolo. Quando ho chiuso il mix di Eliotropica, ho capito che descriveva perfettamente l’idea di sovra-stimolazione metropolitana. In Hrabal il rumore deriva dai pensieri altrui e dall’ambiente di lavoro; il protagonista è fisicamente isolato in un meccanismo alienante, con lo spettro di una tecnologia che rende l’esperienza umana e creativa sempre più distaccata. Io ho cercato di spostare questa dinamica nel contesto urbano: l’ansia di esserci per non sparire, la FOMO,
Nel romanzo c’è uno scheletro di compressione burocratica, l’umanesimo tecnologico dell’Europa dell’est, che però trasuda anima, identità, romanticismo, lascia trapelare l’errore; è un po’ la contraddizione nella quale siamo immersi, al contrario tuttavia: diciamo tutti di aver nostalgia dell’esperienza autentica, mentre siamo ingranaggi consapevoli di una macchina che ci fa a cubetti. Si tratta allora di usare la pressa come macchina di resistenza.
Parli di solitudine come saturazione. È una percezione personale o qualcosa che osservi soprattutto negli altri?
È una questione di contenitori e contenuti. Penso all’impacchettamento, a scatoloni stipati di esperienze, a imballi di concetti da fruire rapidamente. È un’immagine speculare alla pressa del macero. Nel romanzo c’erano i libri dei grandi sapienti che l’autore tentava di salvare e sublimare, ma oggi la sostanza non cambia: la “cultura” è ridotta in pillole, liofilizzata, nebulizzata. Viviamo in un’economia della compressione, del catalogo, del segmento.
Quanto spazio lasci all’imprevisto durante la produzione?
Lascio molto spazio all’imprevisto nella fase creativa. Mi piace conservare le imperfezioni: spesso finiscono per sovrapporsi all’idea originale, fino a sostituirla. A quel punto ha ancora senso distinguere tra l’originale, la copia e l’evoluzione del prodotto? Subentra un’abitudine all’ascolto, un’assuefazione che ti fa affezionare a un suono uscito “male”, ed è proprio in quell’errore del segnale che ritrovo la mia firma.
Il suono è spesso disturbato, “schiacciato”. È una metafora voluta o nasce prima come esigenza musicale?
La compressione dei kit di drum, le interferenze, la sgranatura dei sample, e una texture sempre molto disturbata, era un’esigenza, più che una metafora, anzi direi che fuor di metafora coincide tecnicamente con il suono delle nostre vite.
Che rapporto hai oggi con il silenzio, se esiste ancora una forma di silenzio autentico?
Intendi il raccoglimento spirituale? Appunto non so nemmeno cosa voglia dire silenzio autentico, l’idea che esista una forma di originario ed incorrotto stato di natura non mi appartiene per nulla, sono infastidito dai rumori del vicino, perché tollero solo il mio rumore; ci affezioniamo sempre alla nostra merda in un modo talmente sinistro, so benissimo che il mio fast food mi dà la spazzatura ma non posso fare a meno di quell’odore reale di scarto.
