De Relitti: tutto fuorché un “Bluff”

“BLUFF” è il nuovo album di De Relitti (Pioggia Rossa Dischi / Grancasino Records), un disco che vuole essere tutto senza essere niente; una notte fugace di cui ci si ricorda solo ogni tanto, ma per tutta la vita.
Registrato tra strumenti d’epoca e approcci contemporanei, “BLUFF” è il risultato di un’ossessiva ricerca di suono e narrazione. Il disco compone un vero e proprio bestiario delle nuove storie d’amore dei primi anni Venti, con arrangiamenti ricercati ma mai manieristici e un immaginario romanzesco, più maturo eppure sempre spiazzante.
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con De Relitti e ci siamo fatti raccontare di più sul suo nuovo lavoro in studio che conferma la sua capacità di muoversi tra ironia e introspezione, creando una mappa emozionale in cui riconoscersi, perdersi o lasciarsi sorprendere.
Hai definito “BLUFF” un disco che è “tutto senza essere niente”, una notte che resta nella memoria senza mai fissarsi davvero. Quanto ti interessava lavorare sull’idea di ambiguità e transitorietà, e quanto questo riflette il modo in cui oggi viviamo l’amore e le relazioni?
Ambiguità e transitorietà non erano colori sulla tavolozza, ma – ora che mi sono allontanato abbastanza da poter guardare all’immagine complessiva – io stesso riconosco con chiarezza queste tinte. Devo dire che la cosa mi diverte.
Probabilmente, erano nel tratto con cui ho disegnato le storie delle canzoni; più che per progetto, credo sia il risultato naturale delle esperienze di un periodo che è stato decisamente “di passaggio”. Se penso che rifletta il modo in cui viviamo amore e relazioni? Ti dico che ogni canzone del disco è liberamente tratta da fatti realmente accaduti, a me e ad altri.
Parli di un “bestiario delle nuove storie d’amore dei primi anni 20”: se dovessi scegliere una creatura simbolica per rappresentare questo disco, quale sarebbe e perché? Cosa rende queste relazioni così diverse da quelle raccontate dalla canzone d’amore classica?
Sulla copertina del disco c’è un pavone; pare che rappresenti la rinascita e – almeno per me – fare un secondo disco è un po’ come morire e ricominciare come nulla fosse. Poi, rappresenterebbe anche la vanità e la fortuna, che sono due aspetti che trovo cruciali in una storia d’amore. A me piaceva l’idea di riportare la marginalità delle cose, raccontare un’allucinazione sentimentale con lucidità; nella canzone d’amore tipica, il pathos te lo sbattono in faccia alla prima strofa. Io ho deciso di lasciare quello spazio all’interpretazione, al dubbio, alla domanda. Volevo una conversazione, dopo il racconto; invece la canzone d’amore alla quale siamo abituati è quasi sempre auto-risolutiva, bene o male che vada.

Nell’album la canzone d’amore diventa quasi uno studio clinico. Ti sei sentito più osservatore esterno o protagonista emotivo mentre scrivevi questi brani? Quanto c’è di autobiografico e quanto di costruzione narrativa?
Sono molto autocritico e questo mi trasforma in osservatore esterno delle mie stesse vicende; allo stesso tempo, tendo anche a immedesimarmi nei fatti altrui come fossero roba mia.
Questa fluidità di lettura delle storie, mi ha portato a mescolare autobiografia e narrativa in una sorta di cut-up, tipo Burroughs. Credo anche che aiuti l’ascoltatore a immedesimarsi nelle storie: in questo modo, la mia canzone è sia un fatto personalissimo, sia una questione che può essere di chiunque.
Hai lavorato tra strumenti d’epoca e approcci contemporanei, evitando l’estetica “manierista”. Come nasce una produzione che vuole essere raffinata ma non nostalgica?
C’è stato un suono o un momento in studio che ha cambiato la direzione del disco?
Penso sia tutta una questione di attitudine, di come ci si avvicina agli strumenti; assimilare le lezioni dei grandi e non limitarsi a ripeterle, ma capirle e metterle in pratica in modo diverso. Personale. Poi, sono innamorato degli strumenti d’epoca: sono quel tipo di sfigato che ti mostra l’ultima chitarra che ha preso e ti dice che lì dentro ci sono almeno tre canzoni, ma questa è un’altra faccenda. La rivelazione che ha cambiato la direzione del disco? Quando cominciavamo a registrare, in studio era appena arrivato un piano a muro; al tempo l’ho quasi odiato, perché è uno strumento che non padroneggio come gli altri. Eppure, quel dannato piano azzurro (sì, è davvero azzurro) in qualche modo è in quasi tutte le canzoni del disco.

De Relitti nasce come identità immaginata, un personaggio che si muove tra ironia e disillusione. Dopo AHAHAH, TRAN TRAN e ora BLUFF, senti che questa maschera si sta avvicinando sempre di più a te, oppure che sta diventando ancora più autonoma? Dove pensi possa spingersi il progetto dopo questo album?
Oggi la mia faccia e la mia maschera hanno occhiaie e baffi in comune. Per me è ancora presto per pensare al prossimo passo, per ora mi basta pensare di essere un segreto tenuto meglio in questo panorama indipendente che traballa e vuole cambiare.
