“tutto quello di cui avevamo bisogno” era semplicemente un disco dei problemidifase: l’intervista

Immagini sbiadite che riprendono colore, frammenti di esperienze e volti che tornano a raccontare qualcosa di noi: “tutto quello di cui avevamo bisogno”è il nuovo album dei problemidifase, una raccolta di attimi che sembravano definitivi e che, una volta sparsi sul tavolo, rivelano la loro natura provvisoria.
Il nuovo disco è un viaggio breve ma intenso, che attraversa le fasi post-adolescenziali e restituisce una sintesi limpida, in cui ogni brano possiede un carattere, uno stile e un intento preciso. Piccole fotografie emotive che raccontano un disagio personale con sincerità e spontaneità, nella speranza che chi ascolta possa riconoscersi e sentirsi, anche solo per un attimo, un po’ meno solo.
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Jacopo e Samuele – in rappresentanza del collettivo nato sull’asse Verona-Bologna – e ci siamo fatti raccontare di più sul loro nuovo lavoro in studio:

“tutto quello di cui avevamo bisogno” è descritto come un “rullino che prende vita”, con frammenti di esperienze che raccontano qualcosa di noi. Quando avete iniziato a lavorare su questi brani, avevate già in mente questo filo narrativo o si è sviluppato strada facendo?
[S:] L’album ha avuto una gestazione lunga, contiene canzoni scritte da tre persone diverse nell’arco di cinque anni. Questo ha fatto sì che l’immagine del rullino prendesse vita da sola, come se i singoli brani fossero le istantanee di fasi definite.
C’è un’immagine o un episodio preciso che ha cambiato significato nel tempo e che ha dato origine a questo processo di riscrittura emotiva?
[J:] Se penso a un’immagine è quella di me e Sam commossi dopo avere registrato la prima demo di “una fase”. C’è qualcosa di estremamente gratificante nell’essere onesti con sé stessi e sicuramente questa esigenza è alla base della nostra scrittura.
[S:] Personalmente penso che il mio modo di scrivere e intendere la scrittura non sia mai veramente cambiato, problemidifase è sempre stato un crogiuolo di esperienze difficili da raccontare e da processare, un luogo in cui questi temi e situazioni possano essere raccontate con cura e con il tempo che meritano.
“Altrove” sembra il fulcro emotivo dell’album, un luogo in cui la distanza diventa dialogo. Come siete riusciti a trasformare la sensazione di lontananza in qualcosa di tangibile?
[S:] Direi che trasformare le sensazioni in qualcosa di tangibile è lo sporco lavoro della creatività e della musica; in questo caso specifico la malinconia data dal contrasto fra vicinanza fisica e lontananza mentale ed affettiva era talmente intenso da aver bisogno di essere buttato fuori in qualche modo. La peculiarità di Altrove è che è la canzone più vecchia di questo disco, tutta la mia parte è stata scritta nel 2018, mentre la strofa di Laurino è stata scritta tra il 2019 e il 2021.
Ogni brano ha un carattere e un intento ben precisi. Qual è stato il vostro metodo per decidere quale emozione o fase post-adolescenziale raccontare in ogni traccia? Come avete conciliato le visioni diverse per arrivare a una sintesi comune?[J:] Nonostante l’eterogeneità degli stili credo che le canzoni siano accomunate tra loro da sensibilità affini e dall’intento condiviso di mettere in musica momenti particolari della nostra vita. C’è stato un bel lavoro di produzione per conciliare stili musicali diversi e creare un lavoro coerente, trainato dai testi. Bacino a Sam che credo sia stato fisicamente presente alla registrazione del 99% delle tracce dell’album.
Parlate di fotografie emotive e momenti provvisori che, messi insieme, rivelano la loro natura. C’è un ricordo o un’esperienza personale che, nel processo di creazione, ha assunto un significato completamente diverso rispetto a come lo ricordavate?
[S:] “nuvole/cenere” è una canzone d’amore nei confronti di me stesso e nei confronti poi di un’altra persona. Durante la lunga gestazione di questo disco, il finale del terzo e ultimo ritornello è stato cambiato da Jacopo, che ha proposto una modifica che ha risuonato dentro di me in un modo che non mi aspettavo. In quel momento sembrava che sapesse meglio lui di cosa dovesse parlare ora la stessa canzone, tre anni dopo essere stata scritta, sembrava che sapesse meglio lui di me che quella doveva diventare una canzone di liberazione personale da qualcosa che mi stava bloccando. Per esperienze come questa sono grato di far musica con lui e con gli altri ragazzi.

L’album nasce da un lavoro collettivo distribuito tra Bologna e Verona. Come cambia il vostro modo di comporre quando vi trovate fisicamente insieme rispetto a quando lavorate a distanza? Ci sono strumenti che vi aiutano a mantenere una continuità creativa?
[J:] Mentre la pura scrittura del singolo brano è sempre un lavoro di una, massimo due persone, per lavorare agli arrangiamenti ci piace lavorare a più mani organizzandoci per stare insieme più giorni consecutivi. è una bella combinazione per mantenere un approccio più intimo alla scrittura e fare convergere le influenze di tutti nella versione finale di una canzone.
In conclusione: di cosa avevate davvero bisogno?
[J:] Di amore incondizionato, è chiedere troppo?????
