Come sarebbe se cambiassimo il passato / Intervista a Cappie

Cappie ha recentemente pubblicato il suo primo EP, Come Sarebbe Se Cambiassimo il Passato, un progetto intimo e sincero che racconta emozioni e riflessioni personali attraverso testi profondi e arrangiamenti curati. L’EP esplora temi di crescita, cambiamento e introspezione, mostrando una musicalità che spazia tra momenti riflessivi e momenti di immediatezza, con un approccio che mette al centro l’emozione e la condivisione.
Il titolo dell’EP,Come sarebbe se cambiassimo il passato, porta con sé un’idea di desiderio ma anche di limite: nel processo creativo, ti sei mai trovato nella condizione di dover ‘difendere’ certe scelte o esperienze che oggi consideri dolorose?
Il mio processo creativo è abbastanza descrittivo: non giudico le esperienze come giuste o sbagliate, quindi non ho “bisogno” di difenderle. Ciò che è stato è stato e ci rende ciò che siamo, io mi limito a trasporlo in musica.
Tra i brani dell’EP,Pensieri notturniè quello che hai detto essere particolarmente legato a te: come è scattato quel momento di ‘rottura del loop’ che hai citato, e quanto è stato difficile tradurlo in musica?
Rompere il loop è stato probabilmente una delle cose più difficili che abbia fatto. Ho avuto un momento in cui la vita che facevo mi faceva stare male anche fisicamente e, ad un certo punto, per salvaguardare me, ho dovuto prendere coscienza di quello che mi stava facendo male e interromperlo. Non è stato facile, anche perché mi ha portato a circa mille chilometri da casa, ma ne è valsa la pena. A livello di trasposizione in musica, devo dire che Pensieri Notturni è venuta molto spontanea: in un paio di giorni era finita. Ci sono momenti in cui le canzoni vengono da sé e questo è stato uno di quei momenti.
Molti tuoi testi oscillano fra rabbia, nostalgia e vulnerabilità: quando scrivi, cerchi prima un’emozione da evocare o una struttura musicale che la supporti?
Tutto parte da un’emozione sicuramente: c’è un pensiero che mi ronza nella testa e spinge per uscire. La struttura musicale per accompagnare quell’emozione viene da sé.
Hai parlato del contributo di Federico Carpita alla produzione e al basso, e del batterista Lorenzo Amabile per i live: quanto è importante per te lavorare con una ‘squadra’ musicale per dare forma alle tue idee?
Per me è fondamentale lavorare con una “squadra”. Ho sempre suonato in band perché per me la musica è condivisione. Il limite e il grande vantaggio di questo è che ho bisogno di farlo con persone con cui c’è una connessione emotiva, altrimenti non mi riesce bene. Per fortuna con Lorenzo in primis e poi con Federico, c’è stata questa scintilla e non posso che essere felice e grato del lavoro fatto insieme.
Se oggi potessi tornare indietro e modificare una tua esperienza personale (non per cancellarla, ma per trasformarla), quale sceglieresti e in che modo pensi che influenzerebbe il tuo percorso artistico?
Ci sono un paio di “errori” fatti da ragazzino che magari mi avrebbero portato comunque dove sono ora. Nel bene o nel male, mi hanno formato: le persone che ho perso per dei non detti, o le esperienze non fatte per paura di sbagliare, tutto mi ha portato dove sono ora. E comunque le rifarei.
In studio, come avete gestito la fase di pre-produzione: siete partiti da bozze acustiche/voce e chitarra oppure già da demo strutturate con beat e arrangiamenti?
Quando abbiamo iniziato a lavorare con Federico le canzoni erano già delle demo strutturate, già arrangiate. Questo però mi portava personalmente a partire con un po’ troppi preconcetti. Quindi come prima cosa siamo tornati alle strutture chitarra e voce e siamo ripartiti da lì. Alcune cose sono rimaste uguali, altre sono cambiate radicalmente. Ma comunque questo confronto mi è servito per cercare di tirare il meglio dalle canzoni.
Divi ha spesso un approccio molto diretto e ruvido al suono: quali strumenti o scelte di mixaggio hanno caratterizzato di più il vostro lavoro insieme su questo EP?
Divi ha affiancato me e Federico perForse è il destino. Le sue scelte a livello di sound design hanno indirizzato il lavoro fatto poi da me e Fede in studio. Comunque, l’intro diForse è il destino è stata una sua idea, e chapeau perché non ci avrei mai pensato.
Ci sono state linee vocali o testi che hai cambiato radicalmente dopo un confronto con lui? Se sì, puoi raccontarci un esempio concreto di come un brano si è trasformato?
Sui testi e sulla struttura il lavoro con Divi e Fede mi ha aiutato tantissimo: un esempio concreto è appuntoForse è il destino, che inizialmente durava quattro minuti e mezzo, con un intermezzo musicale molto lungo. Il lavoro che abbiamo fatto mi ha aiutato a rendere il pezzo molto più diretto ed incisivo.
A livello di basso e ritmica, il suo apporto è stato più da ‘produttore’ o da vero e proprio musicista in sala prove? Come avete intrecciato le parti strumentali con la tua scrittura?
A livello di basso e di ritmica, è stata la presenza di Federico a dare il quid in più. Già partivamo con una base molto buona, che erano le batterie scritte da Lorenzo, ma il lavoro con Fede ha aiutato a unire al meglio la componente studio e di resa in live.
Durante le registrazioni, quali software, strumenti o plug-in avete usato di più per trovare la giusta identità sonora dei brani?
Ad onor del vero, siamo un po’ old school da questo punto di vista: il grosso del suono è “analogico” e umano. Siamo andati a registrare con un’idea ben precisa, con strumenti e amplificatori scelti per ottenere i risultati che volevamo. I rough mix infatti avevano già il sound che cercavamo.
