Amalia ci ha raccontato i suoi “giocattoli rotti”

Dopo aver fatto pace con i ricordi del passato in “Pace Libera Tutti”, Amalia si confronta con ciò che ancora la frena, con quelle ombre che la perseguitano e contro cui lotta continuamente: il nuovo EP “Giocattoli Rotti” è il racconto di quelle voci che fanno rumore anche quando tutto sembra silenzioso, un loop di emozioni che trascina l’artista su una giostra che si inceppa e la manda fuori rotta, costringendola a navigare tra cicatrici ormai parte di lei.

Abbiamo scambiato due chiacchiere con la cantautrice romana adottata da Bologna che lo scorso weekend è stata protagonista al festival San NoLo, ci siamo fatti raccontare di più sul suo nuovo lavoro discografico e sulla sua musica che, ascolto dopo ascolto, diventa sempre più una presa di coscienza:

“Giocattoli Rotti”, il tuo nuovo EP, sembra iniziare dalla fine del precedente lavoro discografico “Pace Libera Tutti”: che legame c’è tra queste due raccolte?
Sono due parti dello stesso viaggio. Un viaggio che inizia delicato in superficie con “Pace Libera Tutti” in cui ho avuto la possibilità di mostrare una me più agguerrita attraverso la capacità di saper lasciare andare. A “Giocattoli Rotti”, invece, ho dato la possibilità di scavare in profondità ritrovandomi più vulnerabile.
Questo EP è la parte del progetto in cui esploro le mie vecchie cicatrici, quelle ancora presenti ma che non scaccio, custodendole dentro di me come giocattoli rotti. Questi giocattoli continuano a tenermi compagnia.

Possiamo dire che è un proseguimento non solo discografico ma anche di momenti di vita? Come sta andando?
Assolutamente. È una presa di coscienza rispetto a momenti passati e presenti. Ho scritto l’EP e ho concretamente fatto pace e chiuso dei capitoli della mia vita che mi stavano tenendo ferma, delle emozioni e delle persone che stavano facendo da ancora e che tendevano a trascinarmi sul fondo. Sono sicuramente entrata nella mia era di riscatto e liberazione, se vogliamo chiamarla cosi, dove finalmente mi sto conoscendo.

Entrando più nel merito dell’EP: cosa rappresentano i giocattoli rotti?
I giocattoli rotti rappresentano tutte quelle ferite che abbiamo fin dall’infanzia e che continuiamo a curare per tutta la vita. Per tanto tempo ho provato ad ignorarle perchè non ne accettavo nè l’origine, nè l’esistenza. Con il passare degli anni ho capito che erano parte di me e che non sarebbero andate via, vedo le mie ferite metaforicamente quasi come coinquilini che cercavo di evitare. Ho così cambiato mentalità e ho preso per mano tutte queste ombre: ora camminiamo insieme.

Cosa provavi da bambina quando si rompeva un gioco? E come vivi le rotture e le conseguenti cicatrici ora?
Beh, sicuramente un po’ di disperazione. Ho scelto la rottura del giocattolo come metafora del mio secondo EP perché, nel mio caso, vuole raccontare un’infanzia travagliata che non mi ha permesso di vivere serenamente una parte della mia vita. Ancora oggi, porto con me i tagli, le insicurezze e le sfumature che la mia personalità ha acquisito e che parlano da sole.
Penso però di averle finalmente accettate e di aver capito che in questo percorso siamo insieme, io e le mie cicatrici, le quali non devono per forza diventare un limite.

Vuoi raccontarci qualcosa sul momento di creazione e sul rapporto con i due produttori Endi Misano e Enrico Ornielli?
Ogni brano ha un percorso di nascita diverso. Oltre a Endi ed Enrico, in questo EP ho collaborato con Pietro Posani, Joe Vannini e William Duarte. Con tutti e cinque ho avuto session e percorsi di scrittura diversi. Ciò che li accomuna tutti è la spontaneità e libertà con cui scriviamo, lasciamo molto spazio alle emozioni: sono loro a dettare i tempi e i suoni, noi siamo quasi in disparte ad osservarle.

Quali sono le tue reference artistiche e le tue reference musicali?
Questa è una domanda difficilissima perchè cambio costantemente gusti e generi, anche per provare a non abituare l’orecchio sempre agli stessi tre brani.
Sono cresciuta con il cantautorato italiano in casa e sono volutamente andata in America a studiare gospel perchè quel mondo mi ha sempre affascinata, quindi posso dire che la mia culla è sia nei grandi cantautori italiani, sia in quella black music che amo da sempre e che ha sicuramente influenzato il mio modo di scrivere. I gusti cambiano, ma da sempre seguo donne forti che abbiano qualcosa da dire e la cui presenza sul palco mi trasmetta energia e consapevolezza dei propri testi e delle proprie emozioni, prediligo artiste donne che osano sul palco pur di essere vere. Da Charlie xcx, a Lady Gaga, a Jorja Smith e tantissime altre. Ascolto chi mi trasmette sensualità, fragilità e a tratti anche pazzia, chi sa portare nella propria musica tutto questo sarà di sicuro nelle mie playlist.

Come proseguirà il tuo viaggio introspettivo? Che cosa ci dobbiamo aspettare?
Sto continuando a scrivere e dare musica a nuove emozioni. Sicuramente sta uscendo una me più consapevole e forte. Chissà…

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