Lyoka, la voce del Nagorno Karabakh / Intervista

di Orsola Casagrande; foto di Mauro Guglielminotti
Valeri Ghazaryan, conosciuto artisticamente come Lyoka, è cantante, musicista e rapper originario della Repubblica di Artsakh (Nagorno Karabakh). Nato a Maragha nel 1989, insieme alla sua famiglia è sopravvissuto al massacro contro la popolazione armena perpetrato dalle forze azere il 10 aprile 1992.
Dopo la guerra del 2023 si è rifugiato a Yerevan. L’incontro è al Parco Vardanyan, inaugurato nel 2019 per celebrare i 2800 anni della capitale armena.
Il suo passo tradisce una delle molte ferite riportate nelle guerre combattute dall’Azerbaigian contro il Nagorno Karabakh. “Il mio corpo è fatto in gran parte di strutture metalliche. Mi manca solo una presa per ricaricarmi, proprio accanto al cuore”, dice con un sorriso amaro, prima di aggiungere: “Tutta la mia vita è stata segnata dalla guerra e dallo sfollamento. La prima volta che con la mia famiglia sono stato costretto ad abbandonare la nostra casa è stato all’inizio degli anni ’90.”
Lyoka è stato ferito quando aveva appena un anno e mezzo. “Così è iniziata la mia esperienza con la guerra”, spiega. “Una realtà che ha segnato il mio modo di pensare, di comportarmi e ha plasmato la mia personalità. Le mie canzoni parlano della guerra, delle sue cause e conseguenze, ma il mio messaggio è sempre stato a favore della vita e della necessità di andare avanti.”
La famiglia di Lyoka (sono cinque fratelli) usava la scrittura come mezzo per tenere occupati i bambini ogni volta che si rifugiavano in un bunker, mentre l’Azerbaigian portava avanti la sua pulizia etnica. “A tutti, nella nostra famiglia, – ricorda il rapper – piace scrivere poesie. Così durante le guerre per non avere paura e per tenerci impegnati scrivevamo poesie e inventavamo concorsi, condividendo i nostri scritti con i familiari e con i vicini.”
Anche la musica è sempre stata presente nella vita di Lyoka e della sua famiglia. Suo fratello è un apprezzato musicista folk. “Ho sempre amato la musica. – dice – Quando ho sentito per la prima volta il rap, ho capito che sarebbe stato il mezzo attraverso cui esprimere liberamente i miei sentimenti. Ho iniziato a scrivere i miei primi testi intorno al 2007–2008. In Artsakh il rap non era molto comune; la gente non lo capiva e pensava che non fosse buona musica. Era qualcosa di nuovo. Ma a poco a poco la gente ha cominciato ad ascoltarlo e, verso il 2015–2016, è diventato un genere più popolare, specialmente tra i giovani.”
Il conflitto in Nagorno Karabakh è in corso da oltre vent’anni. A Washington lo scorso agosto al summit tra Armenia, Azerbaigian e Stati Uniti è stato reso noto un pre-accordo di pace raggiunto a tra Yerevan e Baku qualche mese prima. Il documento non è stato ancora firmato anche perché l’Azerbaigian chiede all’Armenia di modificare la sua Costituzione prima di sottoscriverlo.
Prima del vertice, Lyoka esprimeva i suoi dubbi: “Non credo in un accordo di pace se significa perdere Artsakh e altri territori armeni; ci renderebbe dipendenti da un altro paese. Sono contro la guerra e la violenza, ma se qualcuno occupa la tua casa, devi difenderla. La dignità conta. Se la scelta è morire o difenderti, ti difendi. In Armenia ci sono opinioni diverse: alcuni sostengono il governo, altri si oppongono per difendere i propri diritti.”
Inevitabilmente l’opera di Lyoka ha rimandi frequenti alla situazione di guerra che segna la sua terra. Anche per le conseguenze personali, che hanno costretto lui e la sua famiglia ad abbandonare la loro casa per ben tre volte. Uno dei lavori più riusciti del musicista è Tun Tareq (“Portami a casa”), una canzone scritta nel 2019 che parla proprio della sua casa e dell’esilio forzato negli anni ’90.
“Questa canzone – dice Lyoka – è una delle più importanti per me. Inizia con i versi più poetici che abbia mai sentito, parole che mio padre recitava quando ero bambino: Vivo in uno spazio stretto, in condizioni difficili, lontano dalla mia terra… Vi prego, quando riceverete la mia lettera, leggetela con delicatezza, non lasciate che la mia nazione sappia, il cuore armeno è fragile… non può sopportare oltre. Versi che ho sempre portato nel cuore perché mi ricordano che noi armeni dobbiamo sempre ricordare, amare e lottare.”
Dopo la guerra del 2020, il brano è diventato per migliaia di sfollati come lui una sorta di inno. “Esilio – dice – significa instabilità. Non hai una casa tua, sei costretto a vivere praticamente sempre con le valigie pronte. Cambi scuola e amici al ritmo della guerra e degli attacchi. Quando ho cominciato a fare musica mi sono detto che volevo essere una sorta di ambasciatore della mia gente. Però, nonostante le sofferenze, le mie canzoni sono sempre un inno alla vita, alla speranza.”
Nel 2024, dopo un periodo di silenzio coinciso anche con un nuovo esilio forzato, Lyoka ha pubblicato un brano, Es der kam (“Sono ancora vivo”), che riflette esattamente quel suo desiderio di continuare a vivere e sognare, nonostante tutto. Non è solo un brano sulla sua esperienza personale. Il testo, come lui stesso sottolinea, “riflette il vissuto di un’intera generazione segnata dalla perdita e dalla resilienza.”
La musica per Lyoka è lo strumento migliore per rendere visibile la realtà della sua terra, Artsakh, ma anche la difesa dei diritti umani. Vivere in esilio non è un’esperienza facile. A Yerevan il musicista ha dovuto ricostruire ancora una volta la sua vita. Non nasconde una certa difficoltà nell’adattarsi alla vita nella capitale armena. “Questo non è il mio ambiente, non sono le mie strade. Qui non ci sono i miei vicini, le famiglie sono state divise. La vita qui è più difficile. Anche se bisogna riconoscere che ci sono senz’altro più opportunità per i musicisti.” Ed è grazie a queste nuove opportunità che ha ripreso a lavorare al suo nuovo album Kyank (“Vita”), un titolo che gioca con il doppio senso della parola in armeno: vita, ma anche l’atto di vivere la vita.
Nuove porte si sono aperte per il rapper a Yerevan, che appare anche nel film “In the Land of Arto” (Nella terra di Arto), della regista armena Tamara Stepanyan, che ha inaugurato l’edizione 2025 del festival di Locarno. In un momento molto emotivo, che fonde finzione e realtà, si vede Lyoka che rappa sulla sua canzone Hasen Im Nuynn a (“Il mio indirizzo è lo stesso”) mentre questa viene trasmessa alla radio. Nel pezzo Lyoka canta di cosa significhi desiderare la propria casa, quando si è costretti a vivere in esilio.
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