Intervista a Speedy

Speedy

 

C’è un momento preciso in cui la quotidianità si trasforma in racconto, in cui un gesto semplice — come tornare a casa con una camicia macchiata di vino — diventa il simbolo di qualcosa di più profondo.
È da una di queste immagini che nasce Camicia Bianca, il nuovo singolo di Speedy, giovane artista che unisce scrittura visiva, fragilità autentica e un approccio musicale intimo ma diretto.
Dopo i primi passi sul palco, le prime cicatrici e le prime vere decisioni da prendere, Speedy sceglie di raccontarsi senza filtri, con una ballad malinconica che parla di crescita, inciampi e piccole rivoluzioni interiori.
Abbiamo parlato con lui di immagini, memoria, amicizia e dei bicchieri di vino che — volenti o nolenti — finiscono per macchiare la nostra camicia.

Il titolo “Camicia Bianca” evoca subito un’immagine precisa, quasi cinematografica. Da dove nasce questa scelta e che cosa rappresenta per te questa camicia?

Un po’ di tempo fa, dopo il compleanno di un mio caro amico, sono tornato a casa e mi sono accorto di avere la camicia bianca che indossavo piena di macchie di vino rosso.
L’idea di paragonare la vita a quella camicia è nata proprio quella notte perché ho pensato che, per quanto ognuno di noi provi a tenere la propria “camicia bianca” pulita, ci sarà sempre qualche bicchiere di vino pronto a sporcarla, ci saranno sempre ostacoli improvvisi da superare, problemi che ci sembrerà di non meritare e cambiamenti da attraversare.

Nel testo si percepisce un senso di attesa, di qualcosa che non si riesce a dire o a fare. Quanto c’è di autobiografico in questo singolo?

“Camicia bianca” è una lettera a me stesso, una sorta di bilancio emotivo ed è per questo che è una canzone parecchio personale.
Dentro ci sono un sacco di cose che mi sono capitate nell’ultimo anno e mezzo: dall’incidente con i miei nella mia vecchia Panda, al mio ginocchio rotto al campetto dell’università, passando per la fine della mia prima relazione e per le mie prime volte su un palco.

Il brano ha una scrittura molto visiva, quasi da storyboard. Quanto è importante per te creare immagini attraverso la musica?

Per me è fondamentale e mi viene quasi spontaneo generare immagini attraverso le parole.
Penso sia molto importante come qualità soprattutto se l’obiettivo è quello di arrivare a più persone possibili.
La cosa più incredibile poi è che ognuno può “condire” le immagini con quella che è la propria storia ed è lì che avviene il piccolo miracolo delle canzoni.

Hai lavorato con qualcuno alla produzione? Com’è nato il suono di Camicia Bianca e cosa volevi trasmettere a livello sonoro?

La canzone è nata chitarra e voce. Poi in studio il mio produttore e amico Paolo Pasqua ha cercato di dare un’identità emozionale unica al brano e penso abbia colto nel segno.
L’obiettivo era quello di trasmettere una malinconia consapevole che portasse con sé un po’ di speranza.
Menzione speciale anche per il mio amico e chitarrista Andrea De Fazio che nel finale ha tirato fuori un assolo di chitarra elettrica importante che secondo me riassume con forza la tempesta emozionale che si vive ascoltando il brano.

Se dovessi immaginare Camicia Bianca come una scena di un film, che tipo di film sarebbe e chi lo dirigerebbe?

Ho guardato pochi film nella vita purtroppo, mi sento poco navigato in materia e non vorrei fare delle scelte azzardate.
Un po’ di tempo fa, però, ho provato a mettere la traccia su una scena di “How I Met Your Mother” e (anche se non si tratta di un film, ma di una serie) mi sembrava ci stesse molto bene.


 

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