Intervista a Moretti

 

“Cesare” è il nuovo singolo di Moretti, disponibile su tutte le piattaforme digitali da venerdì 7 febbraio 2025 per Bradipo Dischi (in distribuzione Self / Believe), un brano che è un omaggio a Pavese e un nuovo pretesto per curiosare nella sua vita, per approfondire la biografia del poeta e la sua misteriosa morte. La delicatezza dei versi e dell’arrangiamento curato da Giovanni Doneda e Pietro Gregori (Il Mago Del Gelato) lascia il posto all’esplosivo solo di sax di Andrea Catagnoli (Brucherò Nei Pascoli) nel finale. È il primo singolo estratto da “nomi cose città”, secondo album di Moretti, che verrà presentato ad aprile al Teatro Bello di Milano.

Di lui abbiamo capito che è un lettore, che è un pettegolo, che è un cantautore, uno di quelli vecchio stile, e che Cesare Pavese forse un po’ gli assomiglia. Ecco cosa ci ha raccontato!

Leggiamo che ti piacciono le biografie, le vite altrui. Come mai, secondo te? E in particolare, in quali aspetti della vita di Cesare Pavese ti sono stati utili per il tuo percorso musicale e di vita?

Ah beh, mi piacciono le vite altrui perché sono pettegolo. E perché mi é sempre interessato più l’autore che l’opera: quali siano le situazioni che sviluppino l’esigenza della scrittura, i meccanismi umanissimi che fan sì che si colga un attimo di emozione e lo si riporti su carta, facendo vivere la stessa a chi legge. Di Pavese non mi é stato utile niente perché la letteratura, per fortuna, non é utile e se diventa consolatoria deve essere buttata. In questo caso ho preso in prestito l’ultima notte di Pavese, di un suicida, come escamotage narrativo, per raccontare qualcosa di totalmente mio.

E se dovessi riassumere il tuo mestiere di vivere, invece?

È una bella domanda a cui non so rispondere in itinere. Ti direi che si fa un po’ tutto per la scienza: si prova, si assaggia un po’ di vita qua e là ma perlopiù, come tutti, si vive di contingenze. Ortega y Gasset scrisse “Io sono io e le mie circostanze”. Sintetizzando, non posso che essere d’accordo.

Ci sono altri scrittori che ti interessano? Quali e in che modo?

Odio i classici perché non ci arrivo, li conosco scolasticamente ma quello di estraniarmi completamente dalla mia dimensione per rientrare in un’altra, complessissima e piena di simboli esula dalle mie possibilità. Sarebbe quasi un detournement.
Piuttosto mi ha formato il novecento: Masters, Pasolini, Marquez, le avanguardie. Un poeta che amo alla follia e che oramai è incagliato solo in qualche manuale universitario è Gozzano. Un ragazzo tisico, morto a poco più di trent’anni, che dalla finestra della camera dove viveva con la sua malattia, come Leopardi, guardava la vita. Al contrario di Leopardi che cercava l’infinito, lui si soffermava sulle piccole smancerie borghesi, sulle ragazze; al posto della Silvia Leopardiana lui scriveva di cocotte (le prostitute d’alto borgo). E si immaginava questa vita fatta di piccoli lussi, d’un Ulisse viveur partito in yacht per cercare l’America.

Sei coinvolto e interessato alla scena musicale milanese? Pensi sia facile farne parte? Quali sono i nomi e i luoghi che, secondo te, la identificano?

Guarda, sembra assurdo ma la scena musicale milanese in realtà è un cerchio abbastanza piccolo. Ci sono capitato e continuo a ricapitarci perché i locali di riferimento più o meno sono sempre quelli: il Biko e la Corte dei miracoli per le Jam, l’Arci Bellezza, il Detune e qualche altro club per i concerti.

Cosa ci puoi anticipare del tuo nuovo disco in uscita?

Sono nove tracce molto intime, molto personali. Praticamente tutto quello che racconto è autobiografico. Le nove tracce sono messe insieme dal titolo che è “Nomi cose Città” come il gioco che si faceva da bambini. Ecco è un disco molto bambino dove riesco a raccontarmi alcune cose con la schiettezza di quando si é piccoli, senza troppe sovrastrutture.


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