Intervista a Bandit

Torna Bandit con un singolo disponibile da venerdì 3 gennaio 2025 su tutte le piattaforme digitali per Bradipo Dischi (in distribuzione Believe): un nuovo brano dal titolo “Zarathustra“, che segue i precedenti singoli “Camerata” e “La nostalgia“, pubblicati a novembre e dicembre 2024. I due brani arrivano dopo una lunga assenza dalla pubblicazione di un piccolo cult della scena indipendente: nel 2011 uscì infatti clandestinamente il primo album di Bandit “Quando la luce grande della discoteca“, pubblicato poi ufficialmente in versione restaurata nel 2023, che fu un inconsapevole manifesto generazionale irriverente e dolce-amaro.

Attraverso una prospettiva olistica, partendo dagli orrori dell’overtourism contemporaneo, passando per i social e l’idolatria degli influencer, questo brano è l’urlo disperato di una umanità schiacciata da ogni parte e soffocata dal proprio stesso status, dal proprio stesso bisogno di apparire, che per converso si tramuta nello scomparire dei propri bisogni profondi dietro la maschera di un falso sé. L’amore autentico sembra l’unica salvezza da questa morsa autodistruttiva. 

È stato uno dei ritorni più apprezzati del 2024, e non potevamo che intervistarlo a riguardo.

Qual è il tuo personalissimo rapporto con “La Nostalgia”? Quali sono le cose per cui per te ha senso provare nostalgia? E quali sono le cose per cui la provi tu? E per quanto riguarda il tuo percorso musicale invece?

La nostalgia di per sé trovo che sia un autoinganno che porta a rivalutare in maniera generalizzata una parte della tua vita o addirittura un’epoca storica. Ti porta a rivalutare i tuoi ex anche se erano un disastro solo perché adesso sei solo, oppure a rivalutare tutti gli anni 80-90 perché adesso stiamo male, facendo riaffiorare roba che se era stata dimenticata, forse c’era anche un motivo. Non voglio essere netto, al contrario detesto le semplificazioni. Idolatrare un’epoca è una semplificazione, tanto quanto adorare a prescindere qualsiasi cosa sia il nuovo. Il nuovo può essere brutto, come anche il vecchio a volte.

Questi nuovi singoli ci accompagneranno a un nuovo album? Cosa sta cambiando, dal punto di vista di tematiche, testi e musica, dal tuo precedente disco “Quando la luce grande della discoteca”?

Cambia che a differenza dell’album precedente, qua ci sono io come soggetto lirico. Nel disco prima io ero solo il narratore onnisciente che sta sullo sfondo e ghigna, non avendo alternative, della pochezza degli anni 2000. In questo nuovo disco parlo della crisi generazionale dei millennials, che tra un po’ diventerà anche quella dei genZ, quindi mi serviva di poter attingere dai miei fallimenti e dalle mie emozioni profonde. A livello musicale è tutto molto più elaborato e cupo.

Cosa ti ha fatto cambiare idea e ti ha convinto a tornare con un secondo album, dopo un’attesa e un’assenza così tanto lunga?

Ho semplicemente trovato le persone giuste con cui collaborare, i bradipo dischi, una realtà che mi è sembrata l’ideale per chi come me vuole fare musica ma ha un’avversione viscerale per il capitalismo.

Hai già ricevuto dei feedback dai tuoi vecchi fan? Com’è andata?
Per ora tutto bene. Ero un po’ timoroso perché abbandonando la maschera del tamarro mi sentivo scoperto, un po’ a nudo. Invece vedo che sono stati bravi e stanno apprezzando il nuovo me smascherato.

Programmi per il 2025?

Farò un po’ di date e mi concentrerò sulla scrittura di un terzo album, per il quale però mi prenderò del tempo. Non penso di sfondare, è più probabile che riuscirò a vincere la cintura di campione del mondo dei pesi massimi. Boxo da un anno e ho 34 anni, ma se ci credo davvero con tutto me stesso c’è la posso fare a stendere Tyson Fury.


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