Il primo giorno del resto della vita di Cala Cala

“Il primo giorno del resto della mia vita” (Macro Beats) segna l’esordio discografico di Cala Cala: un EP che si muove in bilico tra memoria e presente, intrecciando melodia e narrazione in una scrittura che resta al centro, nitida e riconoscibile fin dal primo ascolto. È un lavoro che suona come una presa di posizione, con sei brani che fotografano una generazione sospesa e divisa tra l’ansia del domani, la precarietà dell’oggi e la necessità di esporsi, scegliere, esporsi ancora, anche quando mancano appigli solidi.

La produzione di Macro Marco sostiene e amplifica un cantautorato pop essenziale, diretto, privo di sovrastrutture, capace di arrivare con immediatezza senza perdere spessore. Più che un approdo, questo EP è l’inizio di un percorso: il racconto onesto di chi accetta di rischiare, trasformando le proprie fragilità in racconto e suono.

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il giovane cantautore e ci siamo fatti raccontare di più sul suo nuovo progetto discografico

Il tuo progetto sembra lavorare molto sull’equilibrio tra istinto e costruzione: quando nasce un brano, ti lasci guidare più dall’urgenza emotiva o da una ricerca sonora precisa?
Non parto mai dal suono o da un’idea precisa di come dovrebbe venire il brano. Di solito la prima scintilla è istintiva, nasce da una frase o da un’immagine che mi colpisce davvero. Scrivo di pancia, senza preoccuparmi troppo della forma. Poi torno su quello che ho scritto e mi chiedo se sto dicendo qualcosa che sento davvero o se è solo qualcosa che suona bene. Se mi convince, allora inizio a lavorarci, a dargli una struttura e a costruirgli intorno un suono che non tradisca quell’impulso iniziale.


Le tue radici siciliane entrano nella musica più come immaginario, come ritmo interno o come modo di raccontare le storie? C’è qualcosa della tua terra che senti di portarti dietro in ogni brano, anche quando non è esplicito?
Non credo che la Sicilia entri nella mia musica in modo folkloristico o esplicito, ma sicuramente fa parte del mio modo di sentire, vivere le emozioni e, inconsciamente, di scrivere.


Il tuo nuovo EP sembra muoversi continuamente tra vulnerabilità e desiderio di reazione: pensi che queste canzoni vogliano più raccontare uno stato d’animo o offrire una forma di presa di coscienza per chi le ascolta?
Queste canzoni sono nate come sfogo personale, per raccontare quello che sentivo dentro e capirmi meglio. Non le ho scritte pensando a chi le avrebbe ascoltate e non era il mio intento principale che qualcuno si ci rivedesse. Però se succede, se qualcuno si ritrova nelle emozioni che racconto, ne sono davvero felice. Significa che quello che era personale può diventare qualcosa di condiviso, che quelle emozioni possono far riflettere e far sentire meno soli.


Nei brani ritorna spesso la sensazione di essere “in mezzo”, in una fase non ancora definita: era importante restituire proprio quell’incertezza senza darle una soluzione, quasi come se il messaggio fosse accettare il processo più che arrivare a una risposta?
Sì, per me era importante lasciare spazio all’instabilità. La vita raramente ci offre risposte nette, e forzare una soluzione sarebbe stato poco onesto. Mi interessava fotografare quel momento sospeso, quando non sei più quello di prima ma non sei ancora diventato qualcos’altro. Accettare il processo forse è già una forma di maturità. A volte crescere significa semplicemente restare dentro l’incertezza senza scappare subito.


Se dovessi sintetizzare il cuore dell’EP in una domanda – più che in una risposta – quale sarebbe la domanda che ti ha accompagnato durante tutta la scrittura?
Credo sia: “Riesco a volermi bene anche quando non mi riconosco del tutto?” Tutte le canzoni, in modi diversi, ruotano attorno a questo. Al senso di colpa, alla nostalgia, al sentirsi fuori posto. La domanda non è come sistemare tutto, ma se sono disposto a restare anche nelle parti meno comode di me.


Nel lavoro in studio con Macro Marco, quanto spazio c’è per l’errore e per le imperfezioni che
spesso diventano identità?
Con Marco non c’è mai stata l’ossessione della perfezione tecnica fine a sé stessa. Se una take aveva un’imperfezione ma trasmetteva qualcosa di vero, spesso era quella giusta. La cosa importante è saper distinguere quando un errore dà personalità al brano e quando, invece, è solo distrazione, e su questo Marco mi aiuta molto, soprattutto quando non riesco più a essere obiettivo.


Dopo questo primo capitolo, che tipo di direzione senti di voler esplorare: continuare a scavare nella dimensione più intima o aprirti a una scrittura che guardi di più verso l’esterno e verso nuove forme di racconto?
Sento di voler mantenere l’onestà che ho trovato in questo EP, ma senza chiudermi solo dentro di me. L’intimità resta il punto di partenza, però mi interessa osservare di più quello che succede intorno a me. Forse il prossimo passo è proprio questo: non perdere la profondità personale, ma allargare lo sguardo. Raccontare me per raccontare anche qualcosa che ci riguarda.

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