Gli Stain sono stati “bruciati dal sole”: leggi l’intervista

“Bruciati dal sole” segna il vostro primo lavoro interamente in italiano: quanto questa scelta ha inciso sul modo di scrivere e raccontarvi, rispetto al passato?
Passare all’italiano è stato un modo per metterci completamente a nudo. Ci ha permesso di esprimerci in maniera più diretta, ma ha richiesto un cambio di rotta netto nel nostro processo creativo. In passato, con l’inglese, partivamo sempre dalla musica: la sonorità della lingua ci permetteva di adattare melodia e parole all’arrangiamento con grande naturalezza. Con l’italiano è stato l’opposto: quasi tutti i brani sono nati dal testo e dalla linea melodica, per poi essere vestiti dagli strumenti. È stata una sfida che ha ribaltato le nostre abitudini.
Il nuovo album nasce da un immaginario fortemente legato al Sud Italia: in che modo i luoghi, il clima e le esperienze vissute hanno influenzato concretamente il processo creativo?
Siamo tornati alle radici in un momento in cui ci sentivamo smarriti. Stavamo attraversando un periodo difficile, travolti dalle dinamiche della crescita, e sentivamo che la motivazione per fare musica stava scivolando in secondo piano. Per ritrovarci abbiamo dovuto guardare indietro: ci siamo chiusi per due settimane nella villa al mare dei nonni di Nico, il nostro batterista. In quel silenzio, circondati da queiluoghi, il processo è stato naturale. Ripartire dai ricordi che ci tengono uniti da anni è stata la scintilla che ha riacceso tutto. Il Sud non è stato solo uno sfondo, diciamo che è stata l’aria che abbiamo respirato mentre le canzoni prendevano forma.
Nei brani emerge spesso il passaggio dall’infanzia all’età adulta, ma senza nostalgia: come avete lavorato per mantenere questo equilibrio tra memoria e consapevolezza?
È stato un equilibrio che abbiamo trovato quasi per caso. Abbiamo capito che crescere non è necessariamente un processo negativo; dipende molto da come lo fai e dalle persone che hai accanto. La nostra vera paura non era invecchiare, ma perdere noi stessi, quella parte giocosa che ci appartiene. Abbiamo cercato di restare degli eterni bambini nell’approccio alla vita, ma con la consapevolezza di chi sa che il tempo passa. Questo disco non piange il passato, ma lo usa come riferimento per affrontare il futuro.
A livello sonoro, si sente un dialogo tra immediatezza e ricerca, tra chitarre e suggestioni più atmosferiche: come si è sviluppata questa direzione in studio?
È un’evoluzione che parte da lontano. La nostra ricerca sonora non si è mai fermata e questo disco è il risultato di vari step. Siamo ripartiti da “Kindergarten”, il nostro EP precedente, cercando di capire cosa sarebbe successo se avessimo innestato l’italiano su quel tipo di tessitura sonora. Abbiamo mantenuto la nostra identità legata alle chitarre, ma ci siamo aperti a sperimentazioni diverse, integrando synth ed elettronica per creare atmosfere più profonde e stratificate. È una combinazione tra ciò che eravamo e ciò che stiamo diventando.
Il titolo “Bruciati dal sole” racchiude un’immagine molto forte, quasi ambivalente: libertà e esposizione, luce e smarrimento. Quanto c’è di personale in questa metafora e in che momento avete capito che rappresentava davvero il senso del disco?
Abbiamo capito che il titolo era quello giusto solo alla fine del percorso. La title-track parla di nostalgia e consapevolezza: c’è la luce abbagliante del Sud, ma anche il bruciore di momenti che sai che non torneranno più. C’è molto di personale nella scelta di restare qui, al Sud, a fare musica. Non è una scelta banale oggi; porta con sé una libertà immensa, ma anche un senso di esposizione e isolamento. Essere “bruciati dal sole” significa portare addosso i segni di questa terra, con tutto il calore e le scottature che ne conseguono.
Nel racconto emergono spesso frammenti molto concreti – estati, mare, relazioni, perdite – che però si aprono a una dimensione più collettiva: quanto è stato naturale trasformare esperienze intime in qualcosa di condivisibile, e c’è stato un brano in cui questo passaggio è stato più difficile o più necessario?
Per noi, scrivere è un modo per cristallizzare un momento. Spesso, quando esce un brano, quel sentimento per noi è già passato, fa parte di un noi precedente. Proprio per questo ci piace l’idea che le nostre storie intime diventino di chi le ascolta: vorremmo che qualcuno si ritrovasse in quelle parole proprio ora che le sta vivendo. Abbiamo lavorato affinché l’esperienza personale si aprisse alla collettività. Un esempio perfetto è “Siamo animali”: un brano che racchiude questa urgenza di condivisione, trasformando un’emozione viscerale in un grido comune.
Guardando al vostro percorso, “Bruciati dal sole” sembra raccontare anche un momento di trasformazione personale e artistica: cosa è cambiato per voi, e cosa invece è rimasto intatto?
Il cambiamento ha riguardato noi quattro come persone: siamo cresciuti, siamo cambiati, e il disco riflette questa maturazione. Tuttavia, ciò che è rimasto assolutamente intatto è il nucleo che ci tiene legati. Condividiamo lo stesso sogno e lo stesso obiettivo da quando abbiamo iniziato, ed è proprio questa radice comune che ci permette di evolverci senza perderci.


