Flowers For Boys: cosa significa crescere?

“Se questo è crescere” è il primo album dei Flowers for Boys, un disco che racconta cosa significa perdersi mentre si prova a diventare grandi. Otto brani che oscillano tra rabbia e fragilità, con un alt-rock che si sporca di emo e lascia intravedere punte di post-punk, senza mai avere paura di graffiare né di commuoversi. È un lavoro spaccato in due: da un lato la presa di coscienza istintiva, fisica, quasi animalesca; dall’altro l’elaborazione interiore, più mentale, più dura da digerire. Dentro ci sono smarrimento, urgenza e quel senso di malinconia che però non spegne mai la scintilla della speranza. “Se questo è crescere” non cerca perfezione: preferisce urlare le crepe, stare dalla parte delle fragilità e trasformarle in canzoni che sanno di resistenza condivisa.
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con la band pugliese e ci siamo fatti raccontare di più sul loro debutto che mette a nudo e al tempo stesso stringe forte, come un abbraccio storto ma necessario.
“Se questo è crescere” è descritto come un’espressione di smarrimento, rabbia, fragilità e urgenza. C’è stato un momento personale forte da cui è nata una canzone dell’album?
Beh, diciamo che tutto l’album racchiude in sé queste sensazioni, che rispecchiano una serie di avvenimenti personali che hanno toccato ognuno di noi nel corso della lavorazione del brano. In particolare, tra i brani, Polaroid è nata nel momento di smarrimento in cui ci si rende conto che una relazione è in procinto di terminare, e che tutto diventerà passato. “Va bene così” ha quel titolo perché era diventato un mantra ironico di accettazione stoica a tutto ciò che la vita ci presentava (di bello e di brutto) nel corso dell’ultimo anno e mezzo, e l’urgenza di reagire con ironica speranza. Ma ce ne sono molti altri, inseriti qua e là nei testi dei brani.
Il disco è spaccato in due: una parte istintiva e una più mentale, di elaborazione interiore.
Come avete lavorato su questa dualità nella scrittura e nella produzione? Ci sono brani che rappresentano nettamente l’una o l’altra faccia?
È avvenuto tutto naturalmente, seguendo il flusso degli eventi. In un secondo momento ci siamo resi conto che, appunto, i brani seguivano il percorso di crescita, di riflessione e di maturazione del cambiamento. Diciamo che il manifesto della prima parte è Lascia, in cui urliamo la consapevolezza di dover abbandonare per crescere, di dover lasciare per evolversi e staccarsi da situazioni logore o non più sane. II brano che racchiude, invece, la parte più mentale potrebbe essere quello che chiude l’album: Ci ho provato (non è una colpa). Qui tiriamo le somme del percorso di cambiamento e ci diamo metaforicamente una pacca sulla spalla, ricordandoci di non confondere istinto di sopravvivenza con stronzaggine.
Avete scelto di “urlare le crepe”, senza cercare la perfezione sonora. Come avete trovato l’equilibrio tra un suono curato e l’esigenza di mantenerlo autentico e viscerale?
Suonare crudi, suonare di pancia, ma mantenendo sempre il controllo di quello che si sta suonando. Un sfogo controllato. Alla fine, la musica è un linguaggio, e deve essere bilanciato per rendere il suo messaggio più diretto possibile. Tutto ciò però sarebbe stato impossibile senza i nostri collaboratori, la nostra famiglia: il produttore Diego Ceo, lo studio engineer Diego Passaro, Luca Bi per il mixing e Elevenmastering per il master. Ogni passaggio è stato fondamentale per catturare, mantenere e migliorare l’essenza dei brani.
L’artwork – un girotondo sfocato che trasforma un gioco d’infanzia in vertigine – suggerisce un bilanciamento tra ricordo e disorientamento: c’è un visual che ha influito sul modo in cui avete concepito i brani oppure avete scritto alcune canzoni pensando già a immagini e atmosfere grafiche?
Diciamo che con un brainstorming con Andrea della nostra etichetta, Mosho Dischi, è venuta fuori questa idea di infanzia perduta, cioè le giostrine che possono essere divertenti, ma che girano così tanto da disorientarti, da farti nauseare. E il paradosso che volevamo tramettere sulla copertina è che mentre ci giri sopra ti diverti pure, è quanto scendi che ti rendi conto di quanto velocemente tutto stava girando. Un po’ come i periodi della vita.

Guardando indietro al percorso che vi ha portati a questo disco, cosa significa per voi crescere oggi, come band e come persone? E cosa vi spaventa ancora, nonostante l’album possa rappresentare un punto di arrivo?
Capire che ci vuole coraggio nel percorrere le proprie strade. Che può far paura, che può far sentire persi abbandonare una zona di comfort per un salto nel vuoto nel cambiamento. Ma affrontarla, conviverci con la paura, è vitale se ti rendi conto che, per andare avanti, puoi percorrere un’unica strada. Noi non vediamo l’album come un punto d’arrivo, ma come una tappa, un punto di partenza del viaggio. La paura è tenuta a bada dalla voglia di fare ancora tanta strada. Tutti insieme.
