Angelo Romano, oltre le maschere: l’imprevisto, il rock e uno sguardo sghembo sul mondo

 

“Zig Zag Žižek” parte da un personaggio molto preciso, ma finisce per diventare anche un modo per parlare di te. Quanto ti interessa utilizzare figure, riferimenti culturali o personaggi esterni come una sorta di alter ego attraverso cui dire cose che forse in prima persona diresti diversamente?

Intanto ciao e grazie per l’intervista! Penso che l’idea di usare figure esterne per parlare un po’ di se stessi sia una cosa assolutamente normale anche nel linguaggio comune. Quello che faccio è, molto banalmente, prendere spunto dai miei riferimenti culturali, pescare a piene mani da ciò che rappresentano per me e offrirli in formato di musica e parole. Žižek, sotto questo punto di vista, è un personaggio non casuale: un maître-à-penser mai banale, con uno sguardo curioso sul mondo e un’irriverenza che trovo a dir poco affascinante.

 

Il brano è nato a Berlino in modo quasi casuale, durante una conversazione e in pochissimo tempo, tanto che persino la pausa del pezzo deriva da un episodio realmente accaduto durante quella sessione. Quanto c’è bisogno, oggi, per te, di lasciare che una canzone mantenga dentro di sé anche l’imprevisto, l’errore o l’elemento accidentale?

Molto, moltissimo. Viviamo in un’era dove l’imprevisto è ridotto al minimo, più per riduzione dello sforzo (sia di scrittura che di ascolto) che per reale necessità. “Sfortunatamente”, sono cresciuto con riferimenti assai poco banali come Pink Floyd, Battiato, Hendrix, Nick Cave e gli Einstürzende Neubauten, quindi diciamo che ho sviluppato una certa idiosincrasia alle canzoni-fotocopia, chiamiamole così. E forse è anche questo uno dei problemi della società moderna figlia dell’AI e dell’apatia: il rifiuto dell’imprevisto, dell’imperfezione come parte della vita stessa. Una nota suonata male può essere anche uno spunto per una melodia migliore, a volte.

Dopo La Repubblica del Bilocale torni all’inglese e a un suono più vicino al rock e all’indie. Hai detto che quella parentesi cantautorale non poteva rappresentarti completamente: cosa senti di recuperare, tornando invece alla lingua e alle sonorità con cui hai costruito una parte importante del tuo percorso?

Come dico sempre, siamo fatti tutti di sfaccettature diverse. Ho ovviamente un’anima rock, come anche una cantautorale e financo una più elettronica-sperimentale. A volte una vince sull’altra ed è giusto così. Dopo La Repubblica del Bilocaleho sentito la necessità di fare un disco più rock, più pesante nelle sonorità e “bizzarro” nei testi. Quello che recupero è una parte di me che avevo messo da parte un attimino, nient’altro.

Nel videoclip tutti indossano la stessa maschera di Žižek e proprio questa uniformità finisce per cancellare l’identità di chi la porta. È un’immagine che sembra parlare molto anche del nostro modo contemporaneo di costruire un’identità, soprattutto attraverso personaggi, pose e riferimenti condivisi. Ti interessa l’idea che la musica possa smontare queste maschere invece di costruirne di nuove?

L’idea delle maschere è ovviamente molto pirandelliana, non credo serva dirlo. Le identità forti e originali sono quelle che hanno meno bisogno di maschere e sinceramente ho l’impressione che al giorno d’oggi siano anche quelle meno tollerate dalla società in cui viviamo. Ammetto di sentirmi molto dentro 1984 di Orwell in questi giorni, da spettatore di un’umanità indistinta e spesso priva di individualità. Insomma, siamo fritti!

“Zig Zag Žižek” apre la strada a The Dog Is Dead, un disco in cui convivono rock, pop, riferimenti indie e persino un brano al pianoforte, con una scrittura che definisci più astratta e lisergica. Dopo tanti cambi di lingua, città e direzione musicale, qual è oggi la cosa che riconosci immediatamente come tua, anche quando tutto il resto cambia?

Probabilmente i testi sghembi e i cambi di sonorità inattesi, da un punto di vista prettamente musicale. Da un punto di vista personale, invece, sicuramente risponderei dicendoti “il mio sguardo sul mondo”. Difficile da spiegare (o anche da decifrare), mai dogmaticamente fisso ma sempre coerente con ciò che ho visto e vissuto finora, e ovviamente con i posti in cui ho messo temporaneamente radici in passato.

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