Secondo e “la scatola” che non si apre: leggi l’intervista

C’è un momento, nel passaggio all’età adulta, in cui smettere di semplificare diventa inevitabile. “La Scatola” nasce esattamente lì: in quello spazio scomodo dove le cose non tornano, le risposte non bastano e guardarsi dentro significa accettare anche ciò che non si riesce a mettere in ordine.
L’EP d’esordio di Secondo si muove in una dimensione intima e scoperta, evitando qualsiasi tentazione di abbellimento. Dentro ci sono notti insonni, parole lasciate a metà, sensi di colpa che ritornano senza preavviso. Ma soprattutto c’è un confronto continuo con sé stessi, fatto di domande che restano aperte e di tentativi – spesso goffi, ma necessari – di perdonarsi.
La scrittura alterna immagini quotidiane e derive più ossessive, passando da confessioni quasi familiari a monologhi interiori che non cercano mediazioni. È qui che il racconto diventa generazionale: un equilibrio fragile tra il bisogno di essere compresi e l’incapacità di spiegarsi davvero, tra la paura di crescere e quella, ancora più profonda, di tradirsi.
“La Scatola” non prova a risolvere, né a chiudere il cerchio. Resta invece dentro il processo, scegliendo la sincerità dell’ammissione alla comodità della risposta. È un luogo mentale chiuso, a tratti soffocante, ma necessario: uno spazio dove accumulare errori, affetti e rimpianti prima di trovare, forse, il coraggio di aprirlo.
Nel tuo nuovo EP la scrittura oscilla tra confessione diretta e immagine simbolica: quanto hai lavorato di cesello sui testi e quanto, invece, hai lasciato spazio all’istinto?
Di solito i miei testi non richiedono molto tempo, non perché non ci metta attenzione o cura, ma perché spesso escono fuori direttamente così come devono essere. Si, certo, scarto molte cose, è normale scrivere delle idiozie ogni tanto, ma su questi non c’è stato molto da affinare, sin da subito hanno comunicato il messaggio che volevo e mi hanno reso soddisfatto.
“La Scatola” sembra un lavoro unico, diviso in capitoli: hai scritto i brani con l’idea di un percorso coerente fin dall’inizio o il filo rosso è emerso solo dopo, mettendo insieme le canzoni?
“La Scatola” è un piccolo spaccato di un racconto che ha perso forma con il tempo. Non sapevo cosa mi sarei trovato a scrivere il giorno dopo e questo ha reso il guardarsi indietro molto più entusiasmante. Ho visto dopo il filo che ha legato tutto e sono stato molto contento di vederlo. Spesso ciò che sembra casuale viene fuori per una ragione, ma non sai ancora qual è.
L’EP non offre risposte definitive, ma resta nel dubbio e nell’ammissione dei limiti: senti che oggi la tua identità artistica si definisca più per le domande che poni che per le certezze che affermi?
Anche qui non c’è una risposta definitiva. Provo ad aggrapparmi a delle certezze che so che potrebbero cadere domani, mi piace fare domande e non credo di avere certezze da esporre. Mi sono scottato molto in passato credendo di avere la verità in tasca, per poi scontrarmi con la vita che mi ha dimostrato il contrario. Non so niente e non sono nessuno per dare delle risposte.

Se “La Scatola” è uno spazio in cui custodire errori, rimpianti e versioni passate di te, pensi che questo EP serva più a chiudere un capitolo o ad accettare che certi capitoli restano aperti?
Mi è servito per chiudere la scatola, ma non facendo diventare vano tutto quello che è stato. Mi è sembrato rispettoso degnare queste esperienze di memoria, nonostante la forte volontà di lasciarle andare.
Nel complesso, questo lavoro sembra un atto di esposizione più che di protezione: che cosa rischi davvero mettendo fuori queste fragilità? Cosa speri che chi ascolta trovi dentro la tua “scatola”?
Ho sempre scritto per nascondermi dietro a parole vaghe. Fino a qualche anno fa, sentivo che espormi sarebbe stato quasi pericoloso, ma credo che il punto della pubblicazione sia proprio questo, aver trovato la pace tale da potermi mostrare senza paura.
L’artwork traduce ogni brano in una figura, un “fantasma” che abita una stanza sospesa tra spazio reale e mentale: quanto ti sei riconosciuto nella lettura visiva di Piervincenzo Nocera e quanto, invece, ti ha spiazzato vedere i tuoi testi trasformati in corpi e atmosfere così concrete?
Mi fido ciecamente di Piervincenzo Nocera, tra di noi c’è un rapporto di amicizia molto forte, quindi non ho mai avuto dubbi della sua interpretazione dei brani. Ovviamente sono stato sorpreso nel vedere il quadro finale, ma sapevo che sarebbe stato perfetto. Piervincenzo conosce bene i brani e le sue motivazioni più personali, quindi ha racchiuso egregiamente l’essenza delle canzoni nei suoi artwork.

