Lorenzo BITW ha aperto le porte del Club della Fortuna
di Chiara Frattini ·

Una notte in un club che forse non esiste più, o forse non è mai esistito davvero. Le luci sono basse, l’aria sospesa, tutto sembra immobile mentre qualcosa continua a muoversi sotto traccia, la pista è vuota e piena allo stesso tempo.
In “Club della Fortuna”, house, drum’n’bass e jungle smettono di essere generi per diventare stanze: spazi da attraversare, sovrapporre, vivere.
È da questo punto fuori dal tempo che parte la ricerca di Lorenzo BITW, un movimento continuo tra passato, presente e futuro, dove voci, corpi e visioni si incontrano e si trasformano dentro il disco. Interamente prodotto dal producer romano, il progetto si configura come una rottura netta e insieme una ripartenza: un lavoro che non guarda indietro, ma prova a ridefinire il presente della club culture italiana.
“Club della Fortuna” è un luogo prima ancora che un album. Uno spazio immaginario che diventa reale nel momento in cui lo attraversi, abitato da presenze diverse che lasciano tracce, visioni, identità. Ci entri per perderti, restarci il tempo necessario e uscirne cambiato.
Abbiamo intervistato il producer romano e ci siamo fatti raccontare di più sul suo nuovo album.
“Club della Fortuna” nasce da un luogo reale ma abbandonato: in che momento, nel tuo processo creativo, questo spazio fisico si è trasformato in un luogo mentale così definito e vivo?
Ha preso forma mentre anche i brani prendevano forma, parallelamente alla scrittura delle canzoni. Credo sia stato tutto molto organico: ad un certo punto avevo già un impalcatura del disco e molti brani che sentite sono ormai “vecchi”. Credo ci sia stato un momento in cui il mio cervello ha fatto click. Avevo un disco, poi sono andato a ridefinire e migliorare il tutto.
Nel tuo nuovo album house, drum’n’bass e jungle diventano “stanze” più che generi: come hai lavorato per farle dialogare senza gerarchie, mantenendo però una coerenza lungo tutto il percorso?
Ho immaginato il disco come una sorta di mini dj set. Credo che siamo ormai abituati a sentire più generi o stili durante la stessa serata o durante lo stesso dj set, che poi sono quelli che coesistono all’interno del mio progetto.
Mi piace anche il concetto di stanze, se dovessimo far diventare “Club della Fortuna” un luogo sarebbe molto probabilmente un posto con più sale, nella sala principale suona un genere, nelle altre variano e i dj si alternano in maniera fluida e coerente.

C’è un tempo sospeso che tiene insieme passato, presente e futuro: quanto questo riflette il momento attuale della club culture, e quanto invece è una tua visione personale di dove potrebbe andare?
Un po’ entrambe le cose credo: al momento stiamo vivendo un’epoca retro-futurista ma comunque tendenzialmente conservatrice e bisogna vedere come e se si svilupperà e che direzione prenderà nei prossimi anni.
Passato, presente e futuro convivono e sono una costante nella mia ricerca musicale che di base ha come scopo innovare e trovare dei nuovi linguaggi. Credo sia sostanzialmente questo il punto. Possiamo fare musica di qualsiasi genere ma dipende dall’intento e dalla voglia che c’è dietro.
“Club della Fortuna” si presenta come un nuovo manifesto: secondo te, cosa mancava oggi alla club culture in Italia e in che modo questo tuo disco prova a colmare quel vuoto o a spostare il punto di vista?
Manca voglia di rischiare e sperimentare di più, di mischiare carte, ruoli, generi. Credo che per il clubbing e per la musica elettronica in generale sia un momento molto statico e fermo. In Italia ovviamente non è da meno. Il mio disco è semplicemente una visione diversa e personale sull’argomento e credo sposti il punto di vista nel semplice fatto che ho sperimentato con generi e stili non molto “consoni” o “canonici” con l’italiano. Spero che in qualche modo sia una spinta a farlo ed osare di più.

Il disco è attraversato da molte voci e collaborazioni: come è cambiato il tuo approccio rispetto ai lavori precedenti nel costruire uno spazio così collettivo, e cosa ti ha restituito questa apertura in termini artistici e umani?
La cosa che è cambiata è che in alcune canzoni ho contribuito alla scrittura dei testi o ho aiutato nella parte melodica della canzone, non ho avuto solo un approccio da beatmaker. A livello umano è sempre stupendo e divertente collaborare, specialmente in questo disco essendo molto collaborazioni sono state esperienze varie e diverse fra loro.
