Weezer – The Gold Album / La recensione

Per il loro ventesimo album ufficiale della carriera (anche se non tutti considerano le quattro parti del progetto SZNZ come album a tutti gli effetti, ma questo è un altro discorso), gli Weezer tornano a proporre un disco self-titled, il settimo della loro discografia. Dopo il blu, il verde, il rosso, il bianco, il teal e il nero, questa volta il colore prescelto per identificare il disco è l’oro: The Gold Album è quindi il nome informale con cui l’album entrerà nella prolifica storia della band californiana.
Come succede ciclicamente, a Rivers Cuomo e compagni è di nuovo presa la smania di tornare in toto sulle sonorità che li avevano fatti irrompere nel mainstream a metà anni ’90: e così abbiamo un disco che sembra ideato, progettato, scritto, suonato e registrato con il solo obiettivo di suonare come il Blue Album. Di più, a tratti sembra quasi che gli Weezer abbiano effettuato una sorta di operazione cinematografica di remake “shot-by-shot” del Blue Album, come Michael Haneke con i suoi Funny Games o Gus Van Sant con il suo rifacimento di Psycho, dove Say Yes potrebbe ad esempio essere la versione 2026 di Buddy Holly e C.E.O. quella di Undone (The Sweater Song).
Ma si tratta di un’operazione scientificamente programmata: lo fanno scherzosamente capire gli stessi Weezer nell’intro del video di C.E.O., in cui si vedono vari executives del mondo dello spettacolo convincere la band del fatto che la gente voglia solo sentire “le hit” dei bei vecchi tempi. A differenza del Blue Album, che era stato prodotto dal compianto Ric Ocasek dei The Cars, il Gold Album è però prodotto da Klas Åhlund, noto per il lavoro con grandi artisti pop come The Weeknd, Katy Perry, Swedish House Mafia e Ghost, e da Kenny Beats che si è visto al timone di parecchi progetti hip hop ma anche dei recenti dischi di Idles e Geese. Due produttori molto quotati in ambito mainstream quindi, per dare all’album il miglior sound possibile secondo le attuali richieste del mercato discografico.
Musicalmente insomma non c’è forse granché da dire su questo Gold Album: è un disco 100% Weezer, con ritornelli accattivanti, chitarre massicce, i testi volutamente un po’ sbilenchi e la voce di Rivers Cuomo che in qualche modo riesce a suonare identica da trent’anni a questa parte. Non c’è spazio per novità o sperimentazioni, che invece la band ha spesso provato a inserire in dischi precedenti, anche molto malriusciti come il Black Album del 2019 che si appiattiva su sonorità pop esasperate, ma anche azzeccatissimi come Maladroit e Van Weezer che ricercavano sonorità puramente hard rock.
La band è forse riuscita a creare l’album più neutro della propria discografia, e lo diciamo senza alcuna accezione positiva o negativa: quello che suona più fedele alla storia del gruppo, né geniale né brutto, bello da ascoltare in macchina, divertente, probabilmente pieno di canzoni che fra dieci anni pochissimi di noi staranno ancora ascoltando. E la sensazione è che la band ne sia perfettamente conscia. Rivers e compagni danno sempre l’idea che quando scrivono un disco brutto lo scrivono brutto apposta, forse per dispetto, forse per gioco o forse come statement artistico: il Black Album, appunto, ma anche dischi oggetto di damnatio memoriae come Hurley e Raditude, che fin dalla copertina sono progettati per sembrare tremendi. E quando vogliono, scrivono apposta un capolavoro come il White Album. Questo disco “d’oro” sembra scritto apposta per piazzarsi esattamente al centro di un’ipotetica classifica degli album della band.
