Kublai – Sogno vero / La recensione

Kublai Sogno vero

Torna Kublai, il progetto solista del cantautore Teo Manzo, con quattro tracce che compongono il suo Sogno vero. Un ossimoro violento e passionale che senza saperlo aspettavamo con pazienza da quel lontano 2020, anno in cui Kublai esordiva con un album omonimo. Il filo conduttore di questo disco che esce in questo periodo di sovrabbondanza di musica e comunicazione sembra essere un amore fortissimo ma che non si dichiara mai, un amore dove non ci sono le parole chiave della canzone italiana: cuore, ti amo, amore. Ma c’è un ossessione elettronica e sentimentale, quella di quando non riusciamo a pensare ad altro che a quella persona, che diventa una notte più lunga. Kublai parla di cose semplici e universali, stratificando e seppellendo un dolore sotto versi e parole, quasi si vergognasse (o ci invitasse a vergognarci) di questi sentimenti così comuni, che poi tormentano il nostro sonno ed esperienze, risvegliando un sogno vero.

Essenziale poi l’introduzione di Vito Gatto, che ci riporta in una nuova dimensione dove convivono influenze diverse, da Battiato e i suoi synth, a Iosonouncane per le atmosfere oscure, ai club berlinesi per questi tunnel elettronici, a quegli anni novanta e inizio duemila dove ascoltavamo Afterhours e Diaframma con l’orgoglio di chi e di quando si sentiva innovativo davvero. Alla musica ha lavorato anche Mamo, che con Vito Gatto aveva già condiviso l’esperienza con gli Io?Drama (ve li ricordate quanto erano belli quei primi anni duemila in Italia? Anche da qui quelle influenze di quegli anni), un batterista rock in un disco che rock non è, e che si compone così di passati diversi, generi, caos e traumi disparati, che poi finiscono tutti qui, dove è impossibile non ritrovarsi.

Colpisce sempre che in un periodo dove vince sempre il singolo, l’inserimento in playlist, lo stesso brano ripetuto all’infinito su TikTok, il riprendere qualcosa che già esiste, sia così incredibile ritrovarsi con facilità in questo disco che suona complicato, poco esplicito, sentimentalmente poco esposto, ma triste e toccante. Teo Manzo sembra prendere le distanze dal suo passato, quello da cantautore (di quelli che ci immaginiamo al parco con la chitarra acustica), una figura che invece qui si impone e si arricchisce fino a esplodere, come si ci fosse troppo da dire e da condensare in queste quattro tracce. Un cantautore al quadrato, un cantautore più cantautore di prima, dove l’autorialità -da dizionario, “piglio inventivo e autorevole dell’autore”, sta nel ridurre tutto al minimo, fino alla cripticità nelle parole, ed esasperare tutto il resto, fino a farci persino un po’ ballare. Bentornato anche a Kublai, che ci ha portato un disco e la pioggia a Milano in un periodo dove sembrava già arrivata l’estate.


Oltre a quella di Kublai – Sogno vero, potete leggere tutte le nostre recensioni qui.

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